Recensione libro “Memorie di una Famiglia di guantai” ed. Dante&Descarte – Nov. 2023
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«… lei sa cos’è una cucitura strock?» «No», fu costretto a replicare Francesco. «E il PCI lo sa? …» dal libro “Memorie di una Famiglia di Guantai“
Il breve dialogo riportato in apertura a queste note, estratto dal romanzo di Antonio Caiafa (p. 44), ha luogo nel popoloso rione Sanità, nel quartiere Stella, agli inizi del 1960, tra Rosa, un’abilissima maestra guantaia, e Francesco, un sostenitore del Partito Comunista Italiano impegnato nella lotta per i diritti dei lavoratori. Si profilano così, per il lettore, dopo alcuni capitoli che definiscono la genealogia familiare dell’Autore, gli elementi portanti del romanzo, la cui vicenda si sviluppa a Napoli, approssimativamente tra il 1920 e il 1980. Abbiamo, da un lato, degli artigiani – calzolai, ebanisti e soprattutto guantai, – talmente qualificati che i loro manufatti vengono esportati e apprezzati in tutto il mondo. Il riconoscimento di questa eccellenza avviene quando il geniale Mario Valentino, forte di un’esperienza internazionale nel campo dell’abbigliamento, impianta, agli inizi del 1950, un opificio nel rione perché è consapevole che lì, e non altrove, c’è la manodopera che gli può consentire di introdurre innovazioni tecniche e stilistiche nel ramo della pelletteria.
Si sviluppa, quindi, sulla base di fabbriche già esistenti nel territorio, quello che Caiafa definisce «distretto industriale», la cui storia, denuncia l’autore con fermezza, non è mai stata adeguatamente documentata, nonostante la sua rinomanza internazionale. Il lavoro, che si svolge in parte nelle numerose fabbriche e in parte a domicilio, con contratti regolari ma soprattutto a nero, dà da vivere a migliaia di persone: dall’altro lato, vi è, nell’intero quartiere, la massiccia presenza del PCI, con una delle sedi più strategiche del sud Italia. Il partito discute di diritti con operai che ignorano di averne (ignoti nulla cupido!) per la regolarizzazione dei contratti o per il miglioramento salariale: cominciano gli scioperi, le riunioni nella storica trattoria del Gallo presso le Fontanelle con le arringhe del militante Jamal/Rashid Kemali. Ma il quartiere è problematico: se da un lato vi è il bisogno di introdurre diritti e legalità, dall’altro espressioni politiche radicate nella malavita locale fanno pressioni, influiscono con minacce sui risultati elettorali e promettono posti fissi come alternativa al lavoro in fabbrica. È in questo complesso contesto politico e sociale che si svolge la parabola del distretto industriale della Sanità, soprattutto quella dei guantai, che intorno al 1980 riduce drasticamente la produzione artigianale – sia pure senza cessare completamente – senza mai più raggiungere i livelli produttivi precedenti.
L’Autore non è tanto preoccupato, giustamente, di analizzare i motivi della fine del distretto industriale: egli accenna brevemente, come possibile concausa (p. 166), al trasferimento della produzione dei paesi del Sud-est asiatico, ma sarebbe interessante un confronto,
in un dibattito, con il romanzo Nostalgia (Feltrinelli, 2016) dello scomparso Ermanno Rea, in cui si discutono, più diffusamente, le eventuali responsabilità del PCI, intervenuto forse troppo precocemente e non adeguatamente preparato in quello specifico contesto. E qui cadrebbe a proposito il rimprovero di Rosa: ma il PCI sa che cosa sia una cucitura strock? Antonio Caiafa è più orientato a enfatizzare che «questa esperienza era stata ignorata» e elogiare l’eccellente lavoro dei «guantai, che la Storia non aveva ancora riconosciuto» (pp. 9-10). Ma bisogna innanzitutto ricordare, per onestà, che il menzionato romanzo
di Rea ha in parte, e da una diversa prospettiva, ridato dignità a quegli eventi. Per il resto bisognerà, in assenza di documenti archivistici, affidarsi anche alla storia orale e alle memorie e ricerche di Caiafa. A questo punto bisogna ricordare che Antonio Caiafa
proviene da una famiglia di maestri guantai del rione Sanità, sui quali ha condotto ricerche e numerose interviste per i suoi studi di sociologia (2004) e realizzato il prezioso documentario Mani di pelle, proiettato al Festival dei diritti umani a Napoli nel 2008 e a Buenos Aires nel 2009. Le sue Memorie ci permettono, dunque, di rivivere l’intera vicenda attraverso il racconto di chi ha conoscenza diretta del territorio. Questo gli permette di collocare la sua storia dei guantai nel pieno del vissuto quotidiano – in un contesto urbanistico minutamente descritto fin nelle crepe dei muri –, che restituisce efficacemente l’incessante andirivieni e il bailamme di un’area in pieno fermento (come ha brillantemente riassunto Dacia Maraini nella quarta di copertina). «Maschere vive di sovrumana bellezza» (qui citiamo Giuseppe Rassello) e di mastrianesca memoria (‘o zarellaro, Paccotto) popolano queste Memorie: vi troviamo una santa laica che impartisce benedizioni ai pirotecnici onde evitare incidenti in fabbrica, assistiamo al miracolo di una donna rimasta illesa dopo esser caduta da un balcone, episodio raccontato con la semplicità e l’efficacia
di un ex-voto dipinto; e poi ancora ciarlatani che procurano numeri sicuri a lotto e emigranti che rientrano dalla Germania con auto rombanti. Ma le vicende dei singoli individui sono sempre raccontate sullo sfondo di eventi drammatici che danno il senso di una incessante precarietà: il terremoto del 1980, che significò, per molte famiglie, una vera e propria detenzione in squallidi container; il trasferimento in abitazioni in periferia in edifici alienanti con la conseguente perdita del contatto col tessuto quotidiano; il fallimentare intervento delle squadre antiscippo, che rappresentarono il patetico intervento della politica per combattere il crimine.
Ma la Sanità del romanzo è anche molto altro, come, ad esempio, un’industriosa famiglia, quella dei cazunari, che in forte anticipo sui tempi ricicla materiali usati – vera e propria ecologia ante litteram – per realizzare capi di abbigliamento e accessori. Il romanzo si conclude con un immaginario epistolario, in cui gli ormai familiari personaggi rivelano i loro pensieri più intimi, e con un bel frammento da un manuale per apprendisti guantai. A scrivere quest’ultimo è, giustamente, proprio Rosa, con le sue istruzioni che ricordano le modalità di antichi trattati destinate agli artigiani del futuro. Pur essendo un romanzo dalla forma eterogenea, tutto sommato la trama risulta abbastanza omogenea, anche grazie all’epistolario finale, che suona come una sorta di commiato riepilogativo. Fa eccezione il capitolo Uno strano prete e un’affascinante suora, sia perché sembra quasi un non-finito intruso a forza, sia perché la delicata (per chi la conosce) vicenda dei personaggi veri dietro la finzione si sarebbe potuta trattare con maggiore accortezza. Infine, trattandosi di un autore alla prima opera, ci si sarebbe aspettati una maggiore attenzione, da parte dei curatori, alla punteggiatura e allo snellimento di alcuni passaggi avviluppati, cosa che si sarebbe potuta ottenere senza intaccare la genuinità del linguaggio di Caiafa. Inoltre, alcuni dati di carattere demografico e topografico avrebbero meritato la dovuta verifica (p. 59 e p. 166) con i dati ufficiali del Comune di Napoli,
agilmente consultabili in rete.
Ci auguriamo che il romanzo di Caiafa serva non tanto ad alimentare la cocente nostalgia dell’Autore per il passato, quanto a promuovere un dibattito con artigiani e imprenditori sul possibile futuro di questo importante settore artigianale. Piuttosto che deprecare la chiusura di un istituto scolastico professionale nel rione (Zanotelli, p. 198) che poco o nulla ha contribuito all’inserimento lavorativo, ci auguriamo che il manuale della maestra Rosa serva a formare le eccellenze del futuro. [Carlo Avilio, il rievocatore.it – pagg. 42/43]