una grossa sceneggiata

Ieri sera ho visto il documentario, prodotto dalla Big Sur in collaborazione con la rai, e dedicato a Mario Merola, dal titolo “Il Re di Napoli”. In passato l’argomento Merola suscitava alzate di spalle, fronte corrugate, commenti ironici. Premetto che non ho una opinione a riguardo, provo a commentare solo quello che ho visto. Napoli è una città poliedrica, una città che sembra accettare tutto, anche le critiche esasperate. Mario Merola era esagerato nelle sue interpretazioni ma lo era anche nella vita reale. Nel 1978 Maurizio Costanzo inviata il cantante napoletano a confrontarsi con altri napoletani: lo fanno a brandelli e la faziosità dell’intervistatore, è la cosa più deprimente. Anche nel “Re di Napoli” si vedono cose esagerate ma dell’intervista, il documentario coglie un momento significativo. Merola non può “competere” con Costanzo e Compagnone, è troppo semplice per rispondere a tono. Ad un certo punto, però, il cantante fa una domanda allo scrittore napoletano (La domanda di Merola è la riposta a Compagnone che lo accusa di essere melodrammatico e passionale).

Compagnone gli dice pressappoco così: “Nella sua sceneggiata [Zappatore] c’è patos, tragedia e incanto di guappi che si professano cavalieri dai buoni sentimenti, tutto questo è falso e non appartiene alla cultura napoletana”. Riporto la risposta, una contro domanda, che fa Merola: “Ma lei mi deve dire nel teatro, come si chiama quel grande autore (Costanzo gli suggerisce Shakespeare), si… nun ‘o saccio dicere, non c’è anche lì la passione, il dramma di questa roba qua, non è anche quella una grossa sceneggiata?! Compagnone risponde: “…non credo che sia una grossa sceneggiata perché lì si va nel profondo dei sentimenti.

Nello stesso anno dell’intervista a Merola, Alberto Sordi dirige il cortometraggio “Le vacanze intelligenti”. I protagonisti sono due fruttalori della borgata, che si esprimono solo in romanesco. Per contro i loro tre figli sono intellettuali staccati dalla loro famiglia d’origine. Nell’episodio si vede Pasquina, la primogenita, spiegare in inglese le bellezze di una città d’arte, ma accortasi dei suoi genitori (intenti a mangiare una pagnottella per strada), fa finta di non vederli (Insomma, un altro “zappatore” in chiave capitolina*).   

Non entrando nei meriti del dramma shakespiriano, anche perché non ho le competenze, ma qual è la differenza di fronte ad una sceneggiata che fa commuovere, ridere, piangere, emozionare in modo diverso un ricco signore, docente di latino e greco, e una vecchia fruttivendola che ha sempre venduto patate? [+blogger]

*Ho commentato la scena descritta e non tutto il cortometraggio.

Lascia un commento