Tema d’Italiano

Traccia: Inventa e descrivi un racconto impressionante.   

Sono bloccato qui da ieri in un vecchio Municipio abbandonato dagli anni Cinquanta. Sugli scaffali dell’edificio ad un piano c’è del cibo e non so come ma non è marcio. Ammazzo il tempo rosicchiandomi le unghia: è un edificio come un altro, ma le poche finestre che ci sono non lasciano passare più che un respiro di luce e le lunghe fine di scarafaggi che “arredano” il luogo mi atrofizzano anima e corpo. Il sole sta per addormentarsi ma qui nel Municipio sembra già sera. Un rumore sordo rompe il silenzio e fa distogliere il mio sguardo da un cumulo di polvere annidata in un angolo. Le mie gambe diventano autonome e mi fanno alzare. Sento sul collo le lacrime che inzuppano il colletto della camicia. Il sole è calato e sembra notte fonda. Un sussurro di vento mi accarezza l’orecchio destro. Un tintinnio di un oggetto metallico che si abbandona al suolo aumenta l’atmosfera cupa.

Ora il mio sguardo è stato ucciso dal buio totale. Neanche la luce condiva il silenzioso edificio.  Ma nell’oscurità una fonte di luce, flebile e moribonda, nasce. Mi avvicino meticolosamente alla fonte, come un insetto in un sera poco illuminata. Ad un tratto un lungo guanto color latte mi attraversa il viso carezzandolo, fino alla bocca; a quel punto le mie labbra vengono sigillate ed un altro paio compare accanto al collo: “E’ l’inizio”, dice una voce dolce e infantile.  “Devi essere forte e coraggioso! Come il mio orso preferito, papà”.

Pur non avendo mai sentito quelle parole rivolte a me, mi sembravano incredibilmente familiari. Un grande corpo bianco e candido come la neve mi si è proiettato davanti. Il corpo di donna con il volto decorato solo da una bocca corre verso gli scaffali in fondo l’edificio. Corro anche io, ma un muro mi si crea davanti. Sul muro appare un video di una donna incinta che piange sul suo ventre. Dietro di lei c’è una testa di bambola appesa al muro, come si faceva con i cesti di una volta.

Una dolce melodia nasce, proveniente da una culla che dondola alla mia destra. Nella culla c’è un carillon, da cui spunta una piccola fatina di ceramica che gira su un tornio. Ma accanto ad esso… una neonata senza vita. Urlo dall’orrore e mi allontano dalla culla correndo. Mille voci si attivano e urlano “assassina”. Scoppio nuovamente in lacrime. Finché non arrivo in una stanza buia e allagata. La ragazza fantasma è seduta in posa di preghiera. Mi avvicino e un borbottio mi attraversa le orecchie: “Papà ho tanta paura”. Mille ricordi mi attraversano la mente; e rieccomi nella cucina di casa mia. Ho avuto un altro attacco post-traumatico. Oh, ora ricordo l’incidente. Ero io il guidatore e la mia Gaia era con me. Subito dopo un grande Bus… e la stanza d’ospedale. Ecco il medico: “Signore… la piccola non c’è più”. Se non fossi stato stupido. Se mi fossi fermato in tempo. Mia figlia sarebbe cresciuta e la mia amata e sfortunata Cristina non si sarebbe tolta la vita dal dolore. Ma sento ancora un’altra voce… flebile… ed infantile: “Assassino”.  [Caterina, 2F – Istituto De Filippo, De Ruggiero]

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