“Due nemici”, è una storia inventata

Erano gli anni Ottanta quando mio padre, da lontano, mi indicava una persona poco raccomandabile della Sanità e mi diceva: “Quann’o vire, cagne strada”. Avevo una paura incredibile, anche se il volto di quell’uomo non mi sembrava cattivo. Mia mamma era guantaia come altre centinaia di donne del rione, mio padre, invece, era camionista.

Erano sempre gli anni Ottanta quando mio padre da lontano mi indicava un antiscippo, soprannominato Pulk, per il suo fisico massiccio, e mi diceva: “Quann’o vire, cagne strada”. Avevo una paura incredibile, anche se il volto di quell’uomo non mi sembrava cattivo. Mia mamma faceva sempre i guanti, mentre mio padre sempre l’operaio.

Naturalmente essere “un poco di buono” non è come essere poliziotto, ma nella mia mente di bambino la confusione regnava sovrana e  indissolubile.   

Quando feci diciotto anni mio padre mi disse “Te mietto paura ra malavita?” E ancora: “Te mietto paura ra polizia?”. Ecco, queste domande mi hanno sempre accompagnato nelle mie scelte quando leggevo di un adolescente ammazzato o quando ascoltavo che un politico era stato corrotto. Queste scelte le ho dentro di me, sono crepe, spaccature che sanguinano vive.

Nel tempo qualcosa è cambiato. Ho ascoltato il figlio di un delinquenziale dire: “mai più delinquenti”. Oggi non so cosa pensare di fronte alla nuova corruzione, in fondo è sempre qualcosa di vecchio. Non c’è più il mammasantissimo e non c’è più Pulk che ha cercato di fare il suo dovere. In verità questi due volti mi hanno accompagnato e forse mi accompagnano ancora nel giudicare le mie scelte, nel sentirmi consapevole che di fronte a certe avversità non basta la giustizia né la sopraffazione.

I malviventi scontano la loro vite in carcere: che cosa è la loro esistenza? Il poliziotto è morto, che cosa è stata la sua esistenza? Forse un nuovo umanesimo può cambiare qualcosa? Se per gli animali cacciare è sopravvivere, per gli uomini uccidere è una scelta di lusso.

Queste due metafore indicano concretamente come in quegli anni mi sentivo. I vertici napoletani, per combattere la criminalità, pensarono di adottare una strategia a somma zero;  in quei calcoli c’erano proprio tutti, compreso io che frequentavo la parrocchia di san Severo. Dopo Pulk, arrivò un poliziotto siciliano, mi vide nel rione e mi schiaffeggiò senza motivo; anzi no, un motivo c’era: ero sudato, perché da poco avevo finito di giocare a pingpong.

Queste discrepanze le avevo vissute tutte e non per colpa dei poliziotti che avevano anche loro paura, né per colpa di qualche camorrista che, in verità, non mi aveva mai chiesto nulla. Sia chiaro, non difendevo né l’uno né l’altro, visto che avevo vissuto gli anni più brutti della mia vita. [+blogger]  

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