trasferta al san paolo

Napoli è il suk di piazza Garibaldi. La stazione fresca di restyling post-moderno. I Frecciarossa e gli Espressi che portano al Nord le speranze delle loro rispettive e antitetiche utenze: colletti bianchi contro scugnizzi, fighette contro chiattone. Chi parte e chi resta: chi sospira di malinconia, guardando sfilare al finestrino il boschetto di grattacieli del centro direzionale; e chi rimane con un pugno di mosche e un groppo alla gola dopo aver caricato valigie e fidanzata sul vagone appena sparito dietro Gianturco. I tossici ammucchiati alla fermata davanti al Mc Donalds, in attesa dell’autobus R4 per Scampia. I tassisti ufficiali e quelli ufficiosi che indifferentemente sbraitano senza pudore a caccia di clienti. Le macchine che sfrecciano selvagge, e i pedoni che scattano (più veloci di Lavezzi in contropiede) sulla roulette russa delle strisce pedonali. Un furgone con l’altoparlante che pubblicizza il prossimo film in calendario al cinema a luci rosse di piazza Mercato: musica e orgasmi simulati in sottofondo. Le ciambelle, i bomboloni e i cornetti taglia extralarge esposti nelle vetrinette esterne dei bar, che promettono colazioni goduriose e inimmaginabili a Genova. Il caos del cantiere della metropolitana che taglia la piazza in due. I tappeti di abbigliamento e cianfrusaglie contraffatte stese dai senegalesi dirimpetto ai negozi degli italiani: ininterrottamente, pacatamente, serenamente, per chilometri di marciapiede, fino in fondo al Rettifilo.

Napoli è la bellezza scollacciata del rione Sanità. Il quartiere più verace del centro storico. Il posto dove è nato Totò, dove Sofia Loren ha stregato Marcello Mastroianni in “Ieri, oggi e domani”, e dove la percentuale di abbandono nella scuola dell’obbligo è del 60%. Il posto che pur essendo centralissimo, autentico e impregnato di storia sembra dimenticato dai napoletani, con la maggiore arteria di comunicazione che per collegare piazza Dante a Capodimonte passa sopra la Sanità anziché dentro. Il posto dove se mamma, babbo e bambino sgusciano insieme con lo scooter tutti e 3 senza casco nessuno si meraviglia. Il posto dove la pavimentazione è tutta buche, e ogni intonaco scrostato. Il posto dove non c’è una saracinesca abbassata né un locale sfitto, dove gli alimentari e i fruttivendoli magari si arrangiano fra mille furbizie ma in compenso non l’hanno ancora data vinta al supermercato. Il posto delle contraddizioni tragicomiche, dove le cartacce infestano le strade, ma anche dove i cassonetti più strabordanti sono le campane dei rifiuti diligentemente e inutilmente differenziati. Il posto dove tutti se la prendono coi politici trafficoni ma dove tanti accettano per due lire di regalare il loro voto agli stessi trafficoni. Il posto dove gli uomini comandano ma a lavorare sono soprattutto le donne. Il posto dove i panni sono stesi di traverso come dei festoni, dove il portale della chiesa barocca diventa la porta di un campo di calcetto, dove basta un goccio di pioggia per mandare in tilt le fognature, dove nelle intercapedini fra un isolato e l’altro spuntano orti urbani poetici. Il posto dove i condomìni sono a misura d’uomo e la gente si conosce: si saluta, si relaziona, a volte si aiuta a volte si accapiglia ma di sicuro non si ignora. Il posto dove il teatro si annida in ogni dove: nella gestualità dei negozianti che sommergono di chiacchiere e attenzioni ogni sconosciuto appena entrato; e nella falsa intimità degli appartamenti al piano terra, dove le porte finestre non hanno imposte e le casalinghe disinibite in vestaglia sembra lo facciano apposta per farsi guardare.

Napoli è la casa di padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano più famoso d’Italia, un prete che è passato dall’Università di Cincinnati alle baraccopoli del Kenya, che coi suoi articoli e i suoi palasport gremiti ha portato in Italia il grido dei poveri del mondo, vittime delle grandi ingiustizie e disuguaglianze planetarie, e che a quasi 70 anni ha scelto di trasferirsi alla Sanità: lui, trentino tutto d’un pezzo, insieme ai diavoletti screanzati che parlano solo in napoletano. In quasi 10 anni di Sanità padre Alex ha coagulato intorno a sé un crogiolo di energie solidali. C’è Antonio che dal suo bugigattolo di monolocale anima un blog quotidiano e progetta di far decollare a breve una web-radio di quartiere. C’è Anna che ogni sera cucina per 80 persone senza tetto, convergenti alla Sanità da tutto il circondario per la tregua di un pasto caldo e un letto pulito dentro l’oasi del centro La Tenda. Ci sono Angela e Anna Maria, che hanno unito le mamme del quartiere bene del Vomero e quelle ruspanti della Sanità per gestire insieme un servizio itinerante di pronta assistenza agli homeless partenopei. E c’è Mauro, un romano pazzo scatenato, che dopo una vita da operatore sociale ha mollato il lavoro e le sicurezze per condividere le utopie, i progetti e le battaglie di padre Alex alla Sanità: dalle campagne per l’acqua pubblica a quelle per la raccolta differenziata nel quartiere, dal doposcuola per gli scugnizzi al progetto di microcredito e ai corsi di italiano per immigrati. E’ grazie a Mauro che le porte della Sanità e di casa sua mi si aprono per due giorni intensissimi, sempre a piedi: fra artisti di strada e pezzi di società civile che ridanno vita a un parco pubblico degradato di Montesacro; fra pizze da sogno e srilankesi ubriachi ciondolanti in piazza Cavour; fra nugoli di assistenti sociali che denunciano la loro precarietà di lavoro a suon di tarantella nel cortile del Maschio Angioino; fra cene galanti a casa di biologhe carine e caffè arrangiati a casa di intellettuali rifondaroli comunisti maledetti. A spasso per via della Sanità non facciamo in tempo a camminare cinquanta metri che qualcuno urla “Mauro!”. La gente lo saluta, se lo coccola, non lo capisce fino in fondo (perché sto romano capatosta si ostina a vivere qui, senza soldi, senza arte né parte? Perché vive come un prete senza essere un prete?), ma non per questo smette di volergli bene.

Napoli è fame di calcio. Fame di rivalsa nei confronti del Nord ricco, efficiente e prepotente, la cui superiorità emerge senza storia nell’economia ma molto meno facilmente nel gioco della pedata. Voglia di rispondere a suon di gol alle canzoncine idiote sui napoletani colerosi e vergognosi. Voglia di sognare, di tenere alta una bandiera con orgoglio, di dimostrare che l’Italia che vince siamo anche noi. Il Napoli secondo in classifica nel pieno del girone di ritorno, vent’anni dopo il mito di Maradona – la cui foto un po’ ingiallita resiste come un totem sulle pareti di locali pubblici e portinerie – lontano, epico, certo, ma ora diventato di colpo meno inavvicinabile del previsto. La fame è quella che porta 50mila spettatori allo stadio San Paolo in una partita tranquilla contro una Sampdoria qualunque. La fame sono le code chilometriche degli spettatori davanti ai cancelli chiusi, a più di 2 ore dal fischio d’inizio. La fame sone le torme di bagarini e venditori ambulanti che si fregano le mani come ai tempi d’oro. La fame è la parola scudetto sulla bocca di tutti, è incredulità e gioia sfrenata.

Napoli è il Napoli. Questo Napoli. Il Napoli del presidente De Laurentis, che anno dopo anno riesce a migliorare qualità della squadra e posizione in classifica. Il Napoli di Mazzarri, il nostro ex allenatore che ha inventato un 3-4-3 scoppiettante, e rispetto ai tempi di Genova è diventato anche meno buzzurro e meno presuntuoso. Il Napoli del tridente delle meraviglie, che inventa giocate e corre ai limiti dell’impossibile, che fa impazzire lo stadio e fa vergognare gli 8 sampdoriani assiepati insieme a me nello spicchietto al piano terra fra curva e tribuna. Noi, comprimari a nostro discapito del Napoli show, illusi da un avvio discreto e poi sepolti da una valanga di gol e azioni, mimetizzati in mezzo a uno spreco di 30 poliziotti e 15 steward. Dopo il mercato di gennaio in stile finanziaria di Tremonti, un bel 4-0 era quello che ci voleva. E in più, ecco nel secondo tempo il colpo di grazia dalla radiolina: la doppietta di Pazzini, la voglia di scomparire. Tutto nero. Anzi no, tutto azzurro. Come lo stadio, o almeno tre quarti di esso, che si colora di sciarpate e sul finire esplode in un boato canoro. Tutti in piedi, tutti a intonare il coro più bello e inimitabile. “Oh vita, oh vita mia…”. Beati loro, e peccato per qualche scemo della curva A, proprio accanto a noi, che trova il coraggio nel pieno del trionfo di cantare “figlio di…” a Cristiano Lucarelli, di augurarsi il ritorno in serie B della Samp e (dulcis in fundo) di fischiare “Oh vita mia” contro il resto dello stadio. Roba da psichiatria, purtroppo. Napoli è la lontananza dalla Samp di Alessio, un ragazzo di 25 anni, partenopeo del Vomero, professione rappresentante non so di che cosa. Trasferte intime e impossibili come quella di domenica scorsa regalano incontri come questi. Arriva allo stadio con le stampelle e la felpa SAMPDORIA: dall’italiano pulito e pettinato che sfoggia fin dal primo approccio capisco che lui con la Sanità non ha niente a che vedere. Durante il secondo tempo ci ritroviamo accanto, anneghiamo insieme nella goleada di Fuorigrotta.

Poi, a fine partita, Alessio si offre per fare da guida a me e a un altro lupo solitario di Genova nella non facilissima operazione di allontanamento dallo stadio San Paolo. Ci carica in macchina, con le stampelle si mette alla guida. “Lo so, non potrei”. Ma figurati, e poi siamo a Napoli no? Durante il tragitto nel magma del traffico impazzito in stile vittoria dell’Italia ai Mondiali, cominciamo a scambiarci flash e aneddoti blucerchiati. La galleria di Mergellina, lungomare Caracciolo, le luci della sera, vedi Napoli e poi muori. Finché Alessio non mi spara la bomba: “Sai, sono abbonato alla Samp”. All’inizio non ci voglio credere. Poi comincia a elencarmi orari di treni, tragitti notturni, coincidenze, luoghi di Genova. E allora comincio a pensare che sia vero. Ottocento chilometri all’andata e ottocento a ritorno per ogni partita. Da solo. Non so voi, ma dopo le cessioni di Cassano e Pazzini io ho trovato il mio nuovo idolo. La Sampdoria siamo noi. [tommaso giani, tifoso sampdoriano]

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    Sono un tifoso, anzi, tifosissimo del Napoli ma dopo aver letto quest'ARTICOLO ricredo alcune cose. Sono stato allo stadio a vedere Napoli Samp, ho esultato e mi sono divertito, oggi la samp però mi è un po' più simpatica. Ciao PAolo.

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  2. Per l'autore dell'articolo. ha detto:

    Se a volte siamo prima noi a criticare il calcio e le sue mille sfaccettature e pur vero che forse attraverso il tifo le persone potrebbero avere qualcosa. Mi spiego meglio. Se domenica oltre che a tifare per la nostra squadra del cuore urlassimo sullo stadio: LAVORO, LAVORO, sarebbe pur sempre una novità. Certo qualcuno potrebbe credere ad un corteo di disoccupati organizzati. Ma sembrerebbe un poì' strano, farebbe parlare qualcuno, i medio. Questo potrebbe rompere certi equilibri, e i vetri quando si graffiano devono essere cambiati. Potrebbe essere questa una alternativa possibile?

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  3. nicol ha detto:

    Ciao blogger forza Napoli!

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  4. MIchele S. ha detto:

    Speriamo che il Napoli domani vinca. Per la Samp Mi dispiace complimenti per l'articolo. Ciao Michele S.

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  5. Nin ha detto:

    Napoli è una città all'unisono, è una città piena di verità e di imitazioni, è una città ricca di passione acerba, è una città malata di solitudine. Napoli è civile come la storia insegna e come si diceva un tempo “vedi Napoli e puoi muori, così oggi possiamo dire, apri gliocchi e guarda un altro orizzonte. NApoli è anche di più.

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  6. Anonimo ha detto:

    Complimenti x l'articolo Antonio questo si che è scritto con il cuore hai centrato tutti gli obbiettivi bravo e grazie x il tuo impegno continua così.Susi.

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  7. +Blogger ha detto:

    Cara Susy, grazie per i complimenti e per il fatto che leggi spesso il blog. In affetti hai proprio ragione quest'articolo è molto bello. Però non l'ho scritto io ma Tommaso Giani, c'è la firma il calce se vedi bene. Grazie.

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  8. pietro ha detto:

    racconto stupendo, grazie Tommaso!

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