in una macelleria della sanità

Avevo circa 11 anni quando ho incominciato a lavorare come ragazzo in una macelleria alla via Vergini. E’ incredibile come adesso percepisco il cambiamento. Causa la povertà della mia famiglia, ho interrotto gli studi quasi bambino, così come tutti i mie fratelli e parenti vicini. E’ incedibile il tempo passato fuori di casa a lavorare; nel periodo di Natala dalle sei del mattino fino alle undici di sera; una giornata intera per la strada; la macelleria affollata di gente, la pioggia, il freddo della cella figo. Poi avevo imparato a “sfasciare” la carne, prima con un pezzo facile, il gambetto, poi con quella che noi chiamiamo “lociena”, il davanti dell’arrosto. Difficile togliere senza staccare la polpa dall’osso, difficile soprattutto, in inverno, quando nel laboratorio del negozio il gelo raggiungeva le mie mani. Mi diceva il capo: “mettile sotto l’acqua fredda, vedrai che si riscaldano”. E così per circa 40 anni della mia vita ho lavorato senza sosta, alla fine comprai una panda e mi sposai.
Una sera, era circa mezzanotte, visto che le macellerie dove lavoravo erano due, dello stesso proprietario, distanti 100metri l’una dall’altra, mentre mi recavo all’altro negozio, mi vide il parroco del quartiere: “Guaglio’ ma tu stajo ancora faticanno?”. Voleva a tutti i costi dire al “masto” che la sua non era umanità, che un ragazzo appena adolescente non poteva fare quella vita. Gli scongiurai di andarsene che non potevo perdere quel posto di lavoro. Avevo lavorato senza sosta e quando guadagnavo 500mila lire alla settimana (ero già grande ed esperto tagliatore), ero felice. Mi ricordo che odoravo (puzzavo) sempre di carne fresca macellata, un odore che non si toglieva mai da dosso anche quando mi lavavo e mi profumavo. Quella esalazione mi perseguitava, avevo paura che qualche ragazza mi chiedesse cos’era.

 

Un episodio che non dimenticherò mai. All’inizio, quando ero ancora un pivello lavoratore, la cosa che più mi urtava erano le “cazziate” che beccavo dal capo. Quella concezione paternalistica l’avevo sempre schifata, odiavo quel rompi coglioni ignorante. Mentre pulivo a terra, si era fatto quasi l’ora di tornare a casa, sfinito e senza forze, il capo cazzone usci dal cesso e, mentre si allacciava la cinta del pantalone, mi disse se potevo andare a “spilare ‘o cesso”; insomma quel vecchio logorroico aveva un servo per lavoratore e, nella sua pervertita coscienze, tirare la catena equivaleva ad un gesto umiliante. Volevo sputargli in faccia ma… “senza soldi nun s’e cantano messe”.
Adesso dopo quarant’anni sono felice. Da qualche mese ho cambiato lavoro, ho ritrovato il sapore della libertà. Guadagno molto di meno e con due figli è un problema, ma non mi interessa. Mi sono iscritto ad una scuola serale, voglio prendere un diploma. Questa scelta non la saprei spigare bene, ma accompagnare i miei figli a scuola è una bellissima sensazione, prima non potevo, era impossibile. Adesso quando torno da lavoro posso giocare con loro, scrutarli meglio negli occhi, assaporare la loro felicità, e vederli saltellare con gioia quando a casa porto un piccolo “regaletto”. [+blogger]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    storie di tanta povera gente

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