Domenica 14 maggio su “la Repubblica”, Gianrico Carofiglio, ha scritto un pezzo dal titolo: “I vicoli e i murales così è rinata la città impossibile“. L’articolo parla di Bari e della sua rinascita iniziata circa venti anni fa. Prima i murales, poi i baretti, i ristorantini e il turismo, hanno contribuito a rendere meno pericolose alcune zone della Città. Se lo scrittore avesse sostituito il termine e, al posto del capoluogo della Puglia, avesse scritto, rione Sanità, l’articolo non sarebbe cambiato di una virgola, né di un punto. La cosa più interessante è quando ad un certo punto chiede ai responsabili di una associazione che hanno avviato lavori di rigenerazione urbana: “Non ci sono stati problemi a lavorare in un quartiere difficile come il San Paolo?” Risposta: “Questo è stato l’aspetto più incredibile e inatteso. abbiamo ricevuto una collaborazione sorprendente e anche emozionante da parte degli abitanti del quartiere”. Ma l’articolo va oltre citando che anche persone poco raccomandate dalle forze dell’ordine, hanno mostrato interesse e non hanno ostacolato i lavori materiali, anzi sono stati precursori di resilienza.
Il quartiere Sanità è stato un luogo pericoloso, così come il quartiere San Paolo di Bari; ma lo sono stati o lo sono ancora? Il punto adesso non è questo, il tempo fa il suo corso e noi avremo modo di capire se questa rivoluzione è parte vera di un cambiamento promesso. Quello che invece è interessante e per certi aspetti disarmante, è il fatto che nel quartiere San Paolo, così come in quello della Sanità, le persone non sono cambiate. Ma allora perché prima gridavano alla connivenza camorristica e adesso gridano alla collaborazione “sorprendente e anche emozionante” della gente del luogo? Quell’”incredibile e inatteso”, dichiarato dai responsabili del progetto, è un fenomeno tutto da studiare. Nel senso che non si deve porre il giudizio sul cambiamento della gente dei quartieri pericolosi: è inutile e sconclusionato ogni tesi che intende dimostrare il nesso turismo/civiltà oppure murales/legalità ecc. Invece dovremmo fare attenzione su chi ha avuto il potere di definire gli altri (è superfluo ribadirlo, ma è importante precisarlo), e la capacità di influire fortemente sulle interpretazioni sociali.
In questo caso è evidente, perché nella Sanità ci abitano ancora 45 mila abitanti, gli stessi che hanno abitato negli anni, Ottanta/Novanta/Duemila, il rione. Il quesito, di cui parla Carofiglio, non è nuovo e nemmeno un miracolo avvenuto così per caso. Esso è sempre esistito soltanto che è stato sepolto dentro una parte di letteratura spazzatura, che marchia senza conoscenza e forse senza colpa. Ancora per citare le frasi, ”incredibile e inatteso” o “sorprendente e anche emozionante”, esse non sono altro che fenomeni non dichiarati, nel senso che, e qui lo spiego con un esempio: se un padre non sa che il figlio legge per ore in bagno, difficile che comprenderà un quattro in letteratura preso per antipatia; come per dire, questa volta uso un detto in napoletano: se nun saie fa ‘o scarpare, nun rompere o cazzo ‘e semenzelle. Noi invece le scarpe di pelle le abbiamo fatte veramente e anche con una certa professionalità. A questo punto bisogna capire il perché le persone e soprattutto i lavoratori, sono stati ignorati: per vantaggio?, non credo; per ignoranza?, forse; per ideologia?, sarcastico; perché così fan tutti?, è possibile. [+blogger]
Bell’articolo… condivido la riflessione. Di recente ho finito di leggere il libro “Nostalgia” di Ermanno Rea e, a parte la vicenda vera raccontata, ci porta anche nella Sanità, alla scoperta appunto di ciò che c’è stato di bello fra i vicoli, tra cui gli artigiani dei guanti…
"Mi piace"Piace a 1 persona
Grazie “Brezza D’essenza”. Ti assicuro, per gli anni di ricerca che ho fatto sui guantai (e che faccio ancora), che la letteratura ha snobbato questo straordinario lavoro. Un tempo migliaia di artigiani, soprattutto donne, lavoravano producendo ed esportando in tutto il mondo. Il rione Sanità era un piccolo distretto industriale. Ti faccio solo un esempio: nel 1931 l’Italia esportava 11 milioni di paia di guanti, l’80% erano fatti a Napoli. Questo mestiere ha una divisione del lavoro nettissima; i napoletani erano i guantai più bravi del mondo. Sto per pubblicare un romanzo, su di una famiglia di guantai del rione. E’ una occasione, per parlare del quartiere e dei lavoratori… P.S. Ho visto che sei una poetessa, potresti scrivere una poesia sui guantai… 😉
"Mi piace"Piace a 1 persona
Che bello questo tuo impegno per portare alla luce un pezzo di storia tutto napoletano 🙂 . Ti dirò, io abito in una periferia di Napoli, non lontana da Scampia, e solo di recente ho scoperto anche sul mio territorio la presenza di artigiani del guanto. È una cosa di valore che purtroppo sembra non essere a conoscenza di molti, perciò ti faccio tanti auguri per il tuo libro 🙏 e chissà che un giorno non ci scriva una poesia… ma ho bisogno di farmi ispirare leggendo di questo mestiere 🙂
Mi capitò di vedere un piccolo video documentario in cui venivano intervistasti i guantai napoletani passati e raccontavano, pensa un po’, che i loro guanti li vendevano al Nord, ma togliendo l’etichetta di provenienza, se no li avrebbero visti male… e il Nord rivendeva questi guanti ad un prezzo poi maggiore. Forse il tuo libro parlerà anche di questo!
Comunque mi chiamo Maria 🙂
"Mi piace"Piace a 1 persona
Per aiutarti nella composizione della poesia: http://quartieresanitafilm.blogspot.com/2011/10/mani-di-pelle.html Il film si vede benissimo in originale, su youtube è postato in bassa definizione. Da cellulare (meglio) o dal tablet dovrebbe vedersi discretamente.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Grazie mille! 😃 sei molto gentile 🙏
"Mi piace""Mi piace"