Sebastiano Pepe era il vice di don Giuseppe Rassello nella basilica di santa Maria della Sanità. Appassionato di teatro, riuscì nell’intento di far recitare una cinquantina di persone dilettanti e di età differente. Alla più piccola, Pamela aveva dieci anni circa, si contrapponevano i coniugi Del Peschio che festeggiarono sessanta cinque anni di matrimonio. Sul palco una baraonda di personaggi che recitò a soggetto la rivisitazione della poesia di Salvatore Di Giacomo “Lassammo fa ‘a Dio”, intersecando testi di Tato Russo, Eduardo e Viviani. Sebastiano lavorò moltissimo, modificando e sceneggiando gli scritti affinché avessero dialoghi pertinenti e scene esilaranti. E ci riuscì con grande maestria. La rappresentazione in tre atti venne ripetuta per ben cinque serate. Un successo di pubblico.
A parte gli elogi, che agli attori non professionisti era sempre concesso, qualcuno incominciò a studiare teatro, mentre altri il cinema o scelsero di andare all’Università. Ognuno di noi aveva più parti, io ad esempio interpretavo l’acquaiuolo e il medicante. In più c’erano: lo scarparo e naso ‘e cane, che da poco era uscito da carcere, e i guappi e i miserabili senza dignità; c’erano anche le sciantose e i muratori, le lavandaie e gli scugnizzi abbandonati a se stessi. Quando il pateterno decise di ammuntunarli su un lenzuolo a piazza Dante, la povertà si dissolse in un fervido vociare di paura e imprecazioni.
C’erano centinaia di famiglie raccolte nei luoghi simbolo del rione che volevano migliorare il loro status. La crisi del lavoro e dell’artigianato aveva colpito molti abitanti del rione. Della povertà la mia famiglia si vergognava, come se le cause delle disoccupazione fossero intime e personali. I pochi che davano i soldi con gli interessi sfoggiavano dal parrucchiere le loro conquiste, quelle ricchezze piovevano dal celo. Erano i soldi che riflettevano sulla coscienza e non la misera. Scimmiottare la borghesia napoletana come se fosse la risoluzione di tutti i mali. La delinquenza, quella che ambiva gli alti onori, era affascinata dal mondo economico e finanziario. Pur non capendo un cazzo di transazioni, d’investimenti e di surplus, i termini sembravano creare una netta separazione tra le diverse virtù. Un solo contrabbandiere guadagnava, il resto vendevano le sigarette sfuse.
Così don Sebastiano Pepe, sostenuto dal forte carisma di Giuseppe Rassello, regalò al quartiere un bellissimo saggio teatrale che rimase per molti anni nella mente di chi l’aveva visto. La parola che suonava più forte nella poesia di Salvatore Di Giacomo era ‘a carità. Eppure quando l’Acquaiuolo fece la proposta ‘a Prezzetella di volerla sposare, la donna gli disse, con molto entusiasmo, che da anni aveva conservato come dote dodici fazzoletti bianchi. [+blogger].