Recensione libro “Memorie di una Famiglia di guantai” ed. Dante&Descarte – Nov. 2023
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Talvolta, i romanzi costruiti sul filo dei ricordi si risolvono in una narrazione sterile perché le vicende raccontate restano nell’ambito privato senza approdare a una credibile ricostruzione storica. Al contrario, l’esordiente Antonio Caiafa in “Memorie di una famiglia di guantai” (Libreria Dante & Descartes, 2023) ha saputo intrecciare la propria storia con quella del quartiere in cui è nato e cresciuto, trasportandoci nel rione Sanità agli inizi degli anni Cinquanta, quando l’artigianato era un settore così fiorente da spingere lo stilista Mario Valentino a impiantare a via delle Fontanelle un’azienda di calzature. Lo scrittore narra l’appassionante epopea delle famiglie artigiane specializzate nella produzione di guanti fatti a mano, la cui qualità era tale da reggere il confronto con quella dei maestri francesi. Attraverso l’azione del PCI gli operai acquisirono una coscienza politica e una consapevolezza dei propri diritti mentre negli altri abitanti del quartiere la povertà aveva prevalso sulla volontà di riscattarsi.
“Memorie di una famiglia di guantai” è un romanzo corale che ruota attorno a una pluralità di personaggi il cui vissuto è condizionato dalle problematiche di un quartiere dominato dalla paura e dalla violenza, quella della camorra e delle forze dell’ordine. I toni drammatici si stemperano quando gli eventi prendono una piega inaspettata e quasi miracolosa come il fallito tentativo di suicidio di Caterina che, nel gettarsi dalla finestra, travolge il piccolo Peppino senza ferirlo né farsi del male.
Nella seconda parte, narrata in prima persona, l’approccio sociologico spinge l’Autore ad analizzare le implicazioni dello sviluppo industriale sull’artigianato e, in particolare, sul settore della fabbricazione dei guanti, minacciato negli anni Settanta dalla concorrenza delle aziende del sud-est asiatico in grado di garantire prezzi inferiori a scapito della qualità. Il guanto prodotto da una macchina diviene un oggetto qualunque in un’economia dove “il massimo guadagno si deve ottenere con il minimo sforzo”. Negli anni Ottanta alle calamità che già affliggevano il quartiere – il contrabbando, la camorra, la droga e la disoccupazione – si aggiunsero il terremoto e la stigmatizzazione da parte dei media (“Nella Sanità non potevano esserci lavoratori, non potevano esserci persone perbene” scrive a riguardo Caiafa).
Nel rione, la crisi toccò anche il lavoro a domicilio, penalizzando le donne che furono estromesse dalla politica, e costringendo molti lavoratori ad emigrare. Né il piano di edilizia popolare ed economica si rivelò una soluzione adeguata alle esigenze delle famiglie numerose che, trasferite dopo il sisma nei palazzoni della periferia a Nord di Napoli, finivano per rimpiangere il “basso” per il calore umano e il rumore a cui erano abituate. Con una nota di orgoglio Caiafa sottolinea la creatività di artigiane come sua madre Rosa, autrice del frammento del manuale per apprendisti guantai proposto in chiusura, e l’amica Rosaria, appartenente a una famiglia di “cazunari”, modernissimi ed ecologici nel riciclare tessuti avanzati per realizzare capi di abbigliamento e accessori. Sul futuro del quartiere si interroga nella postfazione Alex Zanotelli, esprimendo il timore che le potenzialità della Sanità sul piano turistico possano favorire la speculazione da parte dei politicanti a danno degli abitanti del rione. [Monica Florio – Avantionline ]