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Recensione libro “Memorie di una Famiglia di guantai” ed. Dante&Descarte – Nov. 2023

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Antonio Caiafa, Memoria di una famiglia di guantai, un romanzo interessante e problematico.

Essendo un appassionato frequentatore del Rione Sanità, quando è uscito il libro di Antonio Caiafa, Racconto di una famiglia di guantai, l’ho letto con interesse. Ho partecipato alle diverse presentazioni che del libro sono state fatte da Alex Zanotelli, Maurizio Braucci e Gabriella Gribaudi. Ho anche letto le recensioni e gli interventi che sono stati fatte sui social. Alla fine di questo percorso ho constatato che il libro aveva suscitato in me non solo interesse, ma anche delle perplessità. L’ho così riletto con puntiglio. Mi sono fatto alcune domande e ho cercato di trovare le risposte.

Partiamo dall’interesse. Il Racconto di una famiglia di guantai è un romanzo sul lavoro nel Rione Sanità. Uno dei quartieri più famosi e rappresentativi della Napoli dei nostri giorni. Sentir parlare di lavoro a Napoli è raro. In genere si parla della mancanza di lavoro e lo si fa con saggi di sociologia, di economia e di politica. La letteratura sul lavoro, romanzi e racconti, è poca cosa: i titoli non superano le dita di una mano, forse due.

Caiafa è un sociologo, quindi scrivere un romanzo invece di un saggio è stata una scelta e questa è stata la prima cosa che ho molto apprezzato. Il romanzo è stato ed è uno strumento fondamentale di promozione del cambiamento degli ultimi due secoli. Il mondo moderno non sarebbe possibile senza il romanzo. L’ educazione sentimentale di molte generazioni, per riprendere il titolo di Flaubert, è stata scandita più da romanzi che da saggi.

Un romanzo in cui si parla del lavoro. Qui una seconda importante scelta. Nei romanzi si parla di tutto, ma non si parla quasi mai del lavoro; del rapporto che i protagonisti hanno con il loro lavoro; quanto questo determina il carattere della loro personalità e della loro vita, quanto il lavoro dia contenuti alla libertà dell’individuo.

Due passaggi mi sembrano significativi.

Era un mondo a parte, che aveva visto nascere, crescere e morire, un’arte che si praticava con le mani e per le mani. Sono parole che fanno emergere un tratto della realtà del lavoro che a Napoli è stata ed è ignorata: l’artigianato, quello che oggi viene definito le mani della città. Camminando per il centro storico della città, i palazzi gentilizi, i conventi e le chiese, così come la storia della musica, della moda e della cucina napoletana ci danno conto della quantità e della qualità di questa realtà. Un mondo operoso per soddisfare la quotidianità della vita, ma anche per raggiungere punte di eccellenza.

“Cosa c’entrano i baci?”, domandò l’ultima ragazza che assisteva attenta alla lezione. “L’ho visto fare a un masto di una guanteria di salita Stella” – ribatte, Rosa, contenta che le fosse stata posta quella domanda. “Mauro – questo era il nome del masto – imbustava e metteva le etichette a ogni paio di guanti, prima di riporli in uno scatolo che ne conteneva all’incirca 10 paia. Alla fine, una cinquantina di questi pacchi andavano a finire in uno scatolone più grande. Sigillava l’involucro con una carta particolare, non so come chiamarla…era una carta particolare, bella, così come erano belli i suoi guanti. Alla fine, prima di consegnare la bolla commerciale, quella di accompagnamento per il trasporto, baciava uno per uno i pacchi pronti per la spedizione.

Sono parole che indicano il rapporto che ci può essere tra l’individuo e il proprio lavoro. Non solo un’etica del lavoro ben fatto, ma anche orgoglio e amore. Ho sentito in quelle frasi l’eco di Primo Levi in La chiave a Stella: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Ed è cultura napoletana, non cultura torinese.

Veniamo ora alle perplessità.

I guanti napoletani sono stati per molti anni famosi in tutto il mondo. Ecco come Caiafa motiva il loro successo: ma fu forse proprio l’irregolarità a produrre quella qualità inimitabile, all’insegna di una particolare economia di sussistenza. E poi prosegue. L’insieme delle lavoratrici, avevano nelle loro mani una naturale inclinazione a una professione in cui non bastava solo l’esperienza e la perizia, poiché occorreva amare quel bisogno di autenticità che faceva di queste maestre il vero fulcro innovativo, la forza portante di ogni nuova conquista in quel settore manifatturiero.

No. Non è stata né l’irregolarità, né la naturale inclinazione e né il bisogno di autenticità che ha prodotto quella qualità. È stata la storia di un artigianato la cui qualità si è costruita nei secoli per soddisfare le esigenze di un’aristocrazia potente, di ordini religiosi ricchissimi e di una corte reale integrata con le corti che sono state egemoni in Europa nel corso dei secoli: gli Angioini, Gli Aragonesi, gli Asburgo, i Borboni e i Napoleonidi.

È un’interpretazione che purtroppo si manifesta anche in altri campi della realtà napoletana. L’esempio più clamoroso è quello della musica napoletana, il cui successo è dovuto non alla naturale inclinazione dei napoletani alla canzone, ma a secoli di storia in cui nei cinque conservatori musicali si praticavano studi severi che portavano i musicisti napoletani nelle principali corti europee, da Cimarosa a Porpora, e portavano giovani musicisti a venire a studiare a Napoli da Pergolesi a Mozart che, per il tratto melodico della sua musica, era chiamato il napoletano.

Nel romanzo tante storie si intrecciano con quella di Rosa, la protagonista. Ci sono storie di famiglia come quella descritta nel capitolo Il preside di una scuola, che sono rappresentative della drammaticità delle vicende familiari, ma c’è anche la storia di un imprenditore che si suicida. Essa ci dice quanto a Napoli sia difficile fare impresa e rinvia a quella che per me è la questione di fondo che emerge dal romanzo: perché sia finita quella straordinaria realtà produttiva fatta di imprese di successo e di lavoro a domicilio, di sfruttamento e di lotte per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Perché anche la storia dei guantai napoletani corre il rischio dell’oblio, come tante altre storie di Napoli e del Mezzogiorno. 

Anche la conversazione tra Rosa e l’attivista comunista che diffonde volantini è rappresentativa e ci dà una prima risposta:

“Ma adesso voglio farle io una domanda: lei sa cos’è una cucitura strock?”. “No”, fu costretto a replicare Francesco. “E il PCI lo sa? Chi conosce la storia di queste ragazze che vengono qui a imparare e a sgobbare per sopravvivere?”

Sono parole che esprimono la consapevolezza di Rosa del valore del proprio lavoro, orgoglio e tanta, tanta rabbia. Ma sono anche parole che, al di là del sarcasmo anti Pci, tipico della variegata sinistra napoletana, pongono anche l’interrogativo sul ruolo della cultura, della politica e delle istituzioni per le condizioni dell’impresa e del lavoro a Napoli.

Manca un tratto essenziale della modernità: la cultura d’impresa come strumento sia di realizzazione individuale, che di produzione di ricchezza da utilizzare per costruire un welfare moderno, capace di passare dalla carità ai diritti nella scuola, nella sanità, nei trasporti. Una politica incapace di fare scelte adeguate e, per quanto riguarda la sinistra, caratterizzata da un riformismo debole e da un estremismo velleitario ed inconcludente. Per quanto riguarda le istituzioni, l’incapacità di tradurre in realtà le scelte politiche, la mancanza del saper fare.

Dalla storia dei guantai della Sanità viene un’altra lezione. La mancanza di umiltà. Mario Valentino costruisce la sua fabbrica e il suo successo perché ha fatto un’esperienza negli Stati Uniti ed ha visto come si realizza il passaggio da un artigianato di qualità ad un’impresa industriale di qualità. Nella narrazione che si fa oggi si parla di un distretto industriale scomparso. La realtà è che il distretto industriale alla Sanità non c’è mai stato e quelli che ne parlano ai diversi livelli culturali, politici e istituzionali ignorano le caratteristiche del distretto industriale che ha fatto il successo di tante realtà territoriali del nostro paese. Una testimonianza dell’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente a gestire la realtà napoletana e la sua storia.

Per concludere, Le memorie di una famiglia di guantai ci invitano a guardare al futuro. È in atto un grande cambiamento prodotto dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione. È un cambiamento che bisogna governare dando un nuovo ruolo alla cultura, costruendo il distretto culturale. La città sta cambiando sotto la spinta di una eccezionale ondata turistica. Il Rione Sanità è dentro questo processo con la sua offerta di cultura e di gastronomia, di folclore e di superstizione, ma sta ripercorrendo la solita strada,

Ecco come in un articolo su la Repubblica, Aurelio Musi commenta la notizia di un’evasione del pagamento della tassa dei rifiuti a Napoli di circa un miliardo di euro. Soprattutto da parte di imprese.

Risulta così che gran parte del debito è lo specchio fedele della realtà napoletana: un settore secondario di imprese e aziende confuso, dalla natura giuridica assai spesso dubbia, che sfugge a controlli e a certificazioni; un settore terziario che di avanzato ha assai poco; Uno sviluppo turistico di straordinaria entità, ma caratterizzato da accelerazioni caotiche, da disordinata crescita di B&B, scarsamente controllati.

Dunque, un romanzo interessante e problematico; per me stimolo per nuove ricerche e nuove conoscenze. [Rocco Civitelli – IRIS Istituto di Ricerca Storica sul lavoro e sulla religiosità]

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