Quando circa venti anni fa Mauro arrivò nel rione, una delle prime cose che mi disse fu che noi del quartiere eravamo arrabbiati e delusi. Quando si affrontava la storia del luogo, i racconti della gente erano (sono) sempre pronunciati sotto forma di sfogo e/o di liberazione. Spesso il narrante si auto-definiva “eroe” o ultimo rampollo di una stirpe ormai estinta. Era noto ascoltare “l’ultimo calzolaio, l’ultimo attrezzista o marmolaio, l’ultima revettatrice o sindacalista. Non di meno si ascoltava una storia diversa da quella descritta sui libri o nei romanzi, ed era strano cercare di capire l’idiosincrasia che gli autoctoni provavano per gli altri. Questa finzione era l’immagine plasmata di un luogo che aveva prodotto una storia dimezzata, e che aveva alimentato il mito della città. Napoli era (è), la città con più stereotipi al mondo.
Il malore del rione era incanalato nelle griglie di una retorica mercificata, così come in molti luoghi poveri del mondo. Una donna in particolare mi disse che, se era vero che non ci si riconosceva, era altrettanto vero che noi abitanti eravamo privilegiati rispetto ai ghetti: avevamo una casa, un letto, una tv vecchia, un bagno e l’acqua corrente. Ma allora cos’era che sprigionava (e che sprigiona tutt’ora), la rabbia degli abitanti della Sanità? Ci ritornerò in seguito.
Regina si era sposata nel 2009. Aveva voluto il “meglio”, così come mi aveva riferito in una chiacchierata mattutina, e senza badare a spese: Ottantamila euro era costato il mio matrimonio, il viaggio e l’arredo della casa. Eravamo più di cento persone e solo il ristorante si era preso Ventimila euro. Mi aveva poi detto che ogni cosa doveva essere perfetta, nessun ritardo, niente da ridire sulla funzione religiosa, sul vestito e sul pranzo di nozze. Alla fine mi disse che l’attenzione maggiore l’aveva voluta su una canzone che l’orchestra doveva suonare per tutta la giornata, compreso il ballo rituale degli sposi. Era la canzone preferita dai suoi genitori, dal titolo:
“Spusarizio e Marenaro”.
“Nammuratella mia nammuratella
Si overo nun te fire cchiu’ ‘e spetta’
Io so’ nu marenaro puveriello
E tengo tutto pronto pe’ spusa’
E’ pront ‘a casa na varca e marenaro
Cu na lampara a prora
Cu na lampaa ‘a prora
Pe’ velo e sposa na’ rezza e pescator
Vestuta ‘e stell ‘e mare
Vestuta ‘e stell ‘e mare
O spusarizio abbascio marechiaro
Sott ‘a finesta celebre ‘e ll’ammore
Pe’ cunfiette
Tengo e vongole ‘e pusilleco
Pe’ dessert taratufl’ e tunninl’
E pe’ sciampagna ce sta ll’acqua ‘e mare
E pe’ sciampagna ce sta ll’acqua ‘e mare“
La canzone parlava di un matrimonio povero che, invece di offrire champagne, offriva acqua di mare. Un contrasto che non sfuggiva, paragonato alle nozze della protagonista. Nonostante Regina avesse speso un sacco di soldi, la canzone rimaneva il fulcro della giornata, il ricordo dei suoi genitori e di quando si erano uniti in matrimonio, era uno degli aspetti più significativi. Questo contrasto animava il racconto della donna e la sua storia degna di essere vissuta. “Il vissuto era la perfetta umanità”, anche se attraverso il ricordo era alterato o schiacciato dalla memoria. Studiando a fondo, Ernesto De Martino, interpretava il tarantismo pugliese “dal punto di vista culturale, storico e religioso”*. La rabbia nasceva, qui ritornavo al punto di cui sopra, quando l’essenza era annullata o peggio non considerata. Regina, così come le persone “represse” di cui ci parlava Mauro, era l’eroina della sua storia di cui prepotentemente, e a suon di migliaia di euro, aveva voluto riappropriarsi. La sua immagine, così come l’immagine degli abitati della Sanità, era dentro la storia e, così facendo, ragionava per contrasti e iterazioni. La povertà dei suoi genitori doveva essere contrastata con il suo sfarzoso matrimonio, così come chi narrava la storia del rione si poneva al centro del discorso. Il protagonismo e il “rancore” erano le uniche forme che rompevano gli schemi prestabiliti. Il passato era ‘o “Spusarizio e Marenaro”; mentre il presente, la sua festa di nozze.
In conclusione, Mauro era stato uno dei primi a capire che “chi allucca grande dulore sente”. Il romano non si era posto come chi percepiva il rione con distacco, ma bensì si era calato nei panni delle persone che gridavano a squarciagola. Aveva abbracciato il presente così come il passato e non la sensazione del momento. Il mito scioglieva la sua identità nella finzione, la vita era presente nel matrimonio di Regina così come in quello dei suoi genitori. L’esistenza era presente negli allucchi sviscerali di una persona che cantava ripetutamente il ritornello: E pe’ sciampagne ce sta ll’acqua ‘e mare.. E pe’ sciampagne ce sta ll’acqua ‘e mare. Aldilà della bieca sociologia o della passiva antropologia, queste storie le avevo vissute prima attraverso la mia famiglia, poi attraverso i racconti e le contraddizioni dei miei parenti, amici, conoscenti, affini, collaterali ecc. Le chiacchierate o una vera intervista, erano il cardine di uno sfogo continuo, e a volte estenuante, nella misura in cui ogni riferimento era percepito come fattore di “rottura o di presa di coscienza reciproca”. Sopportavamo ogni cosa perché ci consideravamo e, laddove il contrasto era evidente, nasceva la chiarezza. Erano segni di debolezza e di conquista. Erano i segni della storia orale che, quando anch’essa sarà considerata ulteriormente, il mondo sarà percepito in un altro mondo. [+blogger]
*Ernesto De Martino “La terra del Rimorso” ed. EST
Purtroppo l’argomento SANITA’ o meglio il quartiere SANITA’ ha vissuto momenti tragici e di abbandono. Oggi qualcosa sta cambiando anche se non c’è nessuna spinta al miglioramento. Bisogna capire quello che succedere in futuro. E’ un discorso che va trattato con le molle.
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