Il rione sanità è un luogo magico? No, in realtà è un rione ricco di stereotipi, così come Napoli è forse la città con più etichette sociali al mondo. La cultura della povertà, l’arte d’arrangiare, l’economia del vicolo, il familismo ecc., sono concetti costruiti dalla disinformazione che nel tempo è diventata dominante. Non è un caso se, per riconoscere uno scrittore come Francesco Mastriani, ci sono voluti più di 150 anni. Questo eccezionale romanziere parlava ai poveri perché era povero che, nel senso vero del termine, significava: nun tenava n’a lira. Ma in questo articolo Mastriani è solo un esempio per introdurre un altro straordinario intellettuale del Novecento, uno dei più grandi in assoluto, nato a vico Fonseca[1], quartiere Sanità: Ernesto de Martino. Allievo di Benedetto Croce, de Martino scrive alcuni capolavori che finalmente “hanno degna sepoltura”. Non a caso Einaudi ha ripubblicato tutti i suoi saggi, tradotti in diverse lingue. Non è mia intenzione affrontare un discorso su De Martino anche perché non ne sarei capace vista la complessità dei suoi temi. Quello che mi preme oggi è chiedere al Comune di Napoli e alla Municipalità3 di ricordare questo prodigioso intellettuale.
P.S.
Ripropongo un post pubblicato poco tempo fa, di tragica e unica bellezza, le parole di Ernesto De Martino, tratte dal libro “La Fine del Mondo”.
———
Hiroshima, duecentomila morti in un istante, per opera di un solo uomo, Eatherly. Sei milioni di ebrei assassinati secondo un piano amministrativo, di cui Eichmann era il ragioniere.
Günther Anders dice che eventi simili “sono inimmaginabili, e non consentono perciò il pentimento, la riparazione morale”. Infatti Eichmann continua i suoi compiti, come allora, anche se adesso per difendersi in un tribunale; e Eatherly ne è uscito con la mente sconvolta. Una volta nella storia fu possibile immaginare il dolore non di duecentomila o di sei milioni di persone, ma di tutti gli uomini nel passato, nel presente e nel futuro, e questa immagine si chiamò Cristo: patì per tutti e rigenerò tutti sulla croce, ma come Uomo-Dio, non come solo uomo. Ora c’è da chiedersi se occorre proprio l’immagine del Dio-Uomo per immaginare in modo adeguato la condizione umana e le tentazioni subumane che la travagliano, e se non è giunta l’epoca in cui basta l’immagine reale di un solo volto umano in sofferenza, non di duecentomila o di sei milioni di volti umani, per illuminare il senso preciso del nostro semplice dovere e per arrestare il dito che preme il bottone.
Quando la tentazione vi prende di premere quel bottone – e si cade nella tentazione anche ammettendo che qualche altro un giorno dovrà premerlo se necessario – quando siete vittima di questa tentazione ricordate non i duecentomila di Hiroshima o i sei milioni di ebrei, ma un solo volto umano in dolore, qualche volto concreto di persona che avete amato e avete visto soffrire, qualche bambina lacera e piangente che avete incontrato per via, una volta, il tal mese, il tal giorno della vostra vita: ricordate non immaginate questo episodio minuto, irrilevante, che altre volte vi è sembrato sentimentale, e di cui avete magari provato vergogna come di una debolezza; e se non vedete in quel volto tutti i volti, e il vostro stesso, o se avete bisogno ancora di Cristo per questo ricordo, o se addirittura non ricorderete nulla, o se direte che è segno di virilità non ricordare in questo momento, allora qualcuno oggi o domani, forse voi stessi, premerà il bottone. [Ernesto De Martino – tratto da libro La fine del mondo – Contributo all’analisi delle apocalissi culturali – a cura di Charuty, Febre, Massenzio. Piccola biblioteca Einaudi]
[1] Il riferimento è stato scritto da Amalia Signorelli nel libro “Ernesto de Martino”. Teoria Antropologica e metodologia della ricerca. Ed. L’asino D’oro – anno 2015 – pag. 121