Noi del rione Sanità
Nella prima puntata della fiction “Noi del Rione Sanità”, al minuto 44,30 c’è un dialogo tra un ragazzo del quartiere e il parroco don Giuseppe. Il ragazzo cercando di vendere dei quaderni di scuola dice testuali parole: ”…sì, i quaderni per la scuola, Caterina tiene la faccia di una che studia”. E il parroco gli chiede: “ E dimmi un po’, com’è la faccia di una che studia?”, il ragazzo prima si confonde, poi afferma: “Nun ‘o saccio, però è diversa dalla mia!”
Cos’è hanno voluto dire gli sceneggiatori? Che le teorie lombrosiane al rione Sanità hanno ancora il loro valore? Ma la frase è chiara, e non si presta ad altri significati.
E ancora
Pressappoco intorno al minuto 23,50, sempre nella prima puntata, c’è un altro dialogo tra la suora e il nuovo parroco, che sintetizzo per problemi di spazio (a parlare è la suora): “Nell’Ottocento hanno costruito il ponte per i Reali, senza farli passare per la Sanità: è così il quartiere rimase separato dalla città. Per questo la gente è così chiusa. La verità è che questa cultura va capita, riconosciuta”.
Questo dialogo è esattamente il contrario di quello che affermava Don Giuseppe Rassello nel suo libro, San Severo Fuori le Mura; a pagina 100 si legge: Noi della Sanità (posso dirlo alla fine di questo libro), ci rifiuteremo sempre di essere analizzati, “capiti” spiegati, “aiutati”, colonizzati. Rifiuteremo la miserabile elemosina dei “colti”, rifiuteremo i commuoventi entusiasmi dei nostri ammiratori populisti che, per il loro safari elettorali o per le loro accademiche performances, scendono a catturare e, se potessero, uccidere e imbalsamare specie culturali in estinzione. (Cito padre Giuseppe Rassello perché la fiction in parte si ispirata anche a lui).
Basta, ho visto e sentito abbastanza, mi rifiuto di andare oltre!