Il 10 Maggio del 1987 ero allo stadio san Paolo. Nando, un mio amico che aveva l’abbonamento, mi disse se volevo il biglietto del padre ammalato (aveva la febbre). Ci pensai un po’. Non ero appassionato di calcio, mi piaceva solo Diego Armando Maradona. Accettai con riserva. Un altro mio amico, Mario, mi disse che aveva acquistato anche lui il biglietto in curva B. Quello che invece mi diede Nando era per il settore Distinti. Barattai a mio sfavore e dissi ad Ettore, un altro ragazzo che nel frattempo ci raggiuse, e che aveva anche lui il biglietto per la curva B, se voleva il mio in cambio del suo. (All’epoca non dovevi presentare il nullaosta per vedere una partita). Naturalmente Ettore accettò con entusiasmo. In curva abbassarono uno striscione che coprì tutti i ventimila tifosi. Ebbi un po’ paura. Sentivo solo urla e odore di spinello ovunque. Ero nauseato. Appena iniziò la partita, mi risvegliai. Avevo gli occhi puntati solo sul Pibe De Oro. L’ultimo quarto d’ora, come era di solito fare, aprirono i cancelli e i sessantamila diventarono centoventimila. Riuscì a vedere i giocatori che si abbracciavano, e Bagni e De Napoli che lanciavano fiori sugli spalti. Non racconto il resto, è storia legittima.
Cosa aveva di più il calcio di quarant’anni fa? La squadra del Napoli sicuramente Maradona, mentre la città aveva ancora il terremoto e i terremotati; si salvavano solo i tifosi, e si salvavano i napoletani che amavano il calcio perché sapevano che era un gioco perfetto; perfetto in quanto gioco!, ecco perché bisognava tifare e gioire.
Il calcio è diventato più difficile, giocare è diventato un privilegio. E quest’ultimo ha reso il divertimento privo di significato. Ecco perché nessuno protesta contro chi guadagna dieci milioni di euro all’anno. Grazie alle tv a pagamento i tifosi sono quadruplicati. Per contro non è vero che non c’è coscienza; proprio l’altro ieri ho sentito un tifoso del Napoli dire: “Gli eroi non sono i giocatori, ma quelli che non hanno i soldi per andare allo stadio”. C’è differenza tra una frase ad effetto e un gol. Quello che è stato tolto al calcio è la poesia. Il gioco trasformato dall’economia è diventato artefatto. Quando una bambina o un bambino calcia una palla, le/gli viene naturale tirare. È naturale tirare una palla per gioire e non per guadagnare soldi. Invece le cose sono state invertite, cosicché anche la poesia non è più riconosciuta. Figura ancora più controversa sono i procuratori dei giocatori: guadagnano cifre astronomiche senza far nulla.
Sta di fatto che senza gioco non c’è divertimento e senza divertimento non c’è coscienza. Non c’è da meravigliarsi quando un giocatore lascia una squadra per andare in un’altra: l’artificio ha cambiato le emozioni. [+blogger]