intervista ad una precaria

“Oggi si può dire che si lavora come veri schiavi, all’epoca dei servi della gleba forse il tempo poteva giustificare l’inciviltà, ma adesso è assurdo e illogico”. Così esordisce Sandro D., 26 anni, da 4 anni lavora in un tour operator. Come hai iniziato il lavoro? “Uno stage tramite l’Università, poi tanta passione, dopo sono rimasto e tutt’ora lavoro”. Com’è che ti hanno assunto? “Prima ho lavorato per circa 10 mesi gratis, poi per più di un anno a 300 euro, infine mi hanno assunto a progetto per 600 euro mensili… adesso ho un contratto di apprendistato che mi garantisce 3 anni a euro 800”. Quante ore fai al giorno? “Otto, ma in realtà esse non sono mai rispettate”. In che senso? Nel senso che spesso facciamo riunioni durante la pausa pranzo e quindi le ore di lavoro diventano 9, 10”. Vengono considerate straordinario? “Assolutamente no, è un lusso!”. Non ho capito. “Nel senso che se hai bisogno di qualche ora di permesso ti dicono di prenderti mezza giornata e te la scalano dallo stipendio, se invece fai gli straordinari o ti pagano un forfait oppure ti danno alcune giornate libere quando dicono loro”. Ma il contratto almeno lo rispettano? “No, questo dell’apprendistato determina ogni anno un aumento di stipendio per adeguamento ma quest’aumento non viene mai dato”. E’ Assurdo! E nessuno si lamenta? “Non è il fatto che nessuno si lamenta è che nessuno crede di avere dei diritti, tutti hanno paura e molti sono aziendalisti”. Aziendalisti? “Si, hai capito bene. Qualche giorno fa litigavo con il mio caporeparto, che d’altronde sa di essere sul filo del rasoio, perché ero stato l’unico a non accettare le ennesime ore straordinarie non pagate. Per tutta risposta mi sono sentito dire che ero ancora giovane ancora…, ma cazzo che c’entra la gioventù con il fatto che devo lavorare di più senza essere retribuito? Che c’entra l’esperienza con gli illeciti?”. Ma il tuo caporeparto sa che lo straordinario è reato sopratutto quello non pagato? “Credo che lo sappia ma faccia finta di non saperlo”. Tutti hanno un contratto dove lavori? “Credo di si, ma questo è la cosa peggiore perché oggi ci ricattano tramite la legge. Gli imprenditori dicono di essere in regola ma poi tutta una serie di irregolarità e di illeciti creano le differenze”. Quali differenze? “In primis tra noi colleghi non c’è complicità, non c’è cooperazione, è queste condizioni sono diventate ancora più disperate con questi tipi di contratti. Poi la delazione, che è una cosa schifosa e viscida. Molti fanno delazione per ingraziarsi la stima dei responsabili, senza rendersi conto che la prima crisi, o le prime mancanze, sarà buttato fuori senza troppe scuse. Un mio collega mi ha detto in privato che ho ragione di lamentarmi ma che lui non se la sente di protestare perché lo stipendio gli è necessario”. E’ assurdo! “Peggio, è schiavitù. Un tempo poteva anche essere legittimata la schiavitù, con tutte le aberrazione che ne conseguivano, ma adesso è anacronistico; un paese non può dirsi civile se ruba, se inghiotte cumuli di immondizia sociale. La cosa che più non riesco a capire è la sciattezza con cui i miei colleghi difendono i loro diritti, ormai è di dominio pubblico e consueto che chi ha uno stipendio è fortunato. Quindi questa “fortuna” la devi tenere ben stretta, ma non capisco come fanno a pensare in questo modo, se tutti noi protestiamo per le condizioni pessime la situazione sarà diversa, se tutti noi decidiamo di non lavorare per un giorno la direzione non avrà la possibilità, in poche ore, di formare altri dipendenti”. Un tempo così le condizioni di lavoro sono migliorate… “Se noi fermiamo la produzione tutti gli imprenditori, per i loro accordi, i tempi previsti ecc, non potranno lavorare da soli perché questo li porterebbe ad essere schiacciati dalla concorrenza e dal lavoro”. Se poi volessimo parlare delle 800euro al mese, che sono una misera… “Si glieli darei agli imprenditori che hanno ville, piscine, 10 automobili… ma fosse solo questo. Nel mio ufficio l’aria condizionata non funziona perché chi ha fatto l’impianto ha calcolato male il sistema refrigerante, i mie capi hanno ben pensato di piazzare dei condizionatori portatili nelle loro stanze, in tutto l’ufficio in estate e peggio che stare nel 5° girone dantesco. Assurdo, e nessuno reclama, tutti che muoiono di caldo e i capi con le pacche nel fresco, tutti stanno zitti perché hanno paura di essere licenziati. Qualche mese fa una ragazza che lavora ai documenti, incinta di 4 mesi, è svenuta dal caldo”. Possibile che nessuno protesta?! “Macchè, si dovrebbe protestare per ogni cosa, per ogni illecito aziendale, ecco perché il sindacato non si avvicina”. In che senso? “Oltre gli straordinari non pagati e le forme di contratto non rispettate, bisognerebbe protestare per tutte quelle persone che lavorano a progetto ma che puntualmente devono essere in ufficio alle 09,30 e usciere alle 19,00, questo il contratto non lo prevede ma è legge. Poi quando viene un controllo il capo ti chiama e ti ammaestra per bene su quello che devi dire e su quello che devi fare; bisognerebbe protestare per il fatto che la normativa europea prevede, per chi lavora a computer, di riposare ogni ora di lavoro, pausa coatta e sacrosanta, ma totalmente ignorata dagli imprenditori; bisognerebbe protestare per gli aumenti che non vengono mai dati, per l’inflazione che sale solo per gli imprenditori; bisognerebbe protestare per l’inciviltà di come vengono trattai i lavoratori, per la mancanza di rispetto e soprattutto per il fatto che questo stato di cose ci ha portato allo sfacelo economico e allo sfacelo sciale”. Capisco, e mi sento di avallare questo tuo sfogo, ritengo che in ogni paese civile queste forme di lavoro basse e infime sono degne di arretratezze mentali. Ma come si fa a non capire che se si dà la possibilità di lavorare in condizioni più comode e più vantaggiose il benessere è assicurato per tutta l’azienda?! In molte ditte del nord Europa, alcune negli USA, da anni i lavoratori sono anche soci e autoregolano loro stessi i flussi di produzione. Molti autori americani lo scrivevano già negli anni ’80. Noi qui in Italia siamo dietro di 50 anni. E’ assurdo l’ignoranza della classe imprenditoriale. La storia non insegna… (la crisi del ventinove, questa attuale). Anche un capò come Della Valle qualche mese fa ha commentato che bisogna alzare gli stipendi e migliorare le condizione dei lavoratori precari. Un appello: se la grettezza degli imprenditori non riesce a capire queste affermazioni allora è meglio che siamo noi operai a coalizzarci e credere ancora che l’affermazione, senza lavoratori il lavoro non esiste, è una verità inconfutabile. [+Blogger]

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    Ormai lavorare è un lusso, visto che vogliono modificare la Costituzione perchè non iniziano con l’art 1 che cita l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, con l’Italia è una Repubblica qualunquista, fondata sulla disoccupazione?! Marica

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  2. Anonimo ha detto:

    la vita è breve e io non me la faccio portare via dagli imprenditori bastardi. meglio disoccupato che umiliato. P.P.

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  3. Anonimo ha detto:

    ma chi sei che ti fanno tutte queste schifezze?

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  4. Anonimo ha detto:

    quando il lavoro non è più un diritto. oggi per lavorare ci vuole la raccomandazione, anche se vuoi fare il manovale visto che ci sono gli stranieri ad occupare tutti i posti e gli imprenditori voglio pagare poco e sfruttare molto. LA LEGGE E’ LEGGE e gli abusi continuano indisturbati. cosa fare? la rivuluizone solo per butare fuori tutti gli incivili d’italia. Peppe ed eleonora

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  5. Anonimo ha detto:

    l’interesse soddisfa solo i truffatori di anime vaganti nell’oceano di mare di disoccupazione. ribellatevi e buttate tutti a mare. Pipooooooo

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  6. Anonimo ha detto:

    Roberto. Sono un preario e vivo da molti anni in questo modo. per colpa di questa situazione non sono riuscito a preventivare niente. qualsiasi cosa volgia fare devi poi fare i conti con un furoto che non conosci. oggi ti promettono un cotratto ad un anno, poi a sei mesi e un mese. io in passato ho avuto un contratto per 3 giorni. poi un lavoro così coinvolge un po’ tutta l’esistenza. vi mando una lettera più dettagliata se ritenete degna di essere pubblicata fatelo pure. grazie

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  7. Anonimo ha detto:

    DA flessibili a precari. Da precari a disoccupati. La recessione sconvolge i mercati globali ma anche quelli locali del lavoro. In Italia ci sono circa 4 milioni di lavoratori con contratto atipico e per molti di loro l’obiettivo del posto fisso scolorisce e forse svanisce dentro la perfetta tempesta finanziaria. Per gli atipici, piuttosto, questa è la stagione dei licenziamenti, mentre la precarietà allarga i suoi tentacoli e penetra in quella che era la cittadella dei garantiti del contratto a tempo indeterminato. S’avanzano valanghe di cassa integrazione e di mobilità. E almeno un milione di atipici rischia di finire nelle liste di disoccupazione. La flex-security resta un anglicismo e soprattutto uno slogan con poca fortuna nel Belpaese. Questa è la prima recessione che affrontano i precari made in Italy. La precedente, quella del ’93 con quasi un milione di posti persi, non l’hanno vista semplicemente perché non c’erano. Il pacchetto Treu e poi la legge Biagi, con le tante tipologie contrattuali, arriveranno dopo, a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo: dai co. co. co ai co. co. pro; dal lavoro interinale a quello in somministrazione; dal job sharing al job on call, fino allo staff leasing. Si disse che bisognava rendere più facile l’ingresso nel mercato del lavoro. E le generazioni più giovani hanno sperimentato tutte le vie d’accesso. Ma ci si accorge oggi che è soprattutto più facile licenziare. O non rinnovare i contratti a tempo, che poi è lo stesso. Così – stando a un sondaggio di Eurispes – oltre il 46 per cento degli italiani ritiene che le nuove regole del mercato del lavoro abbiano soltanto reso più difficili le possibilità occupazionali dei più giovani. DA flessibili a precari. Da precari a disoccupati. La recessione sconvolge i mercati globali ma anche quelli locali del lavoro. In Italia ci sono circa 4 milioni di lavoratori con contratto atipico e per molti di loro l’obiettivo del posto fisso scolorisce e forse svanisce dentro la perfetta tempesta finanziaria. Per gli atipici, piuttosto, questa è la stagione dei licenziamenti, mentre la precarietà allarga i suoi tentacoli e penetra in quella che era la cittadella dei garantiti del contratto a tempo indeterminato. S’avanzano valanghe di cassa integrazione e di mobilità. E almeno un milione di atipici rischia di finire nelle liste di disoccupazione. La flex-security resta un anglicismo e soprattutto uno slogan con poca fortuna nel Belpaese. Questa è la prima recessione che affrontano i precari made in Italy. La precedente, quella del ’93 con quasi un milione di posti persi, non l’hanno vista semplicemente perché non c’erano. Il pacchetto Treu e poi la legge Biagi, con le tante tipologie contrattuali, arriveranno dopo, a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo: dai co. co. co ai co. co. pro; dal lavoro interinale a quello in somministrazione; dal job sharing al job on call, fino allo staff leasing. Si disse che bisognava rendere più facile l’ingresso nel mercato del lavoro. E le generazioni più giovani hanno sperimentato tutte le vie d’accesso. Ma ci si accorge oggi che è soprattutto più facile licenziare. O non rinnovare i contratti a tempo, che poi è lo stesso. Così – stando a un sondaggio di Eurispes – oltre il 46 per cento degli italiani ritiene che le nuove regole del mercato del lavoro abbiano soltanto reso più difficili le possibilità occupazionali dei più giovani. DA flessibili a precari. Da precari a disoccupati. La recessione sconvolge i mercati globali ma anche quelli locali del lavoro. In Italia ci sono circa 4 milioni di lavoratori con contratto atipico e per molti di loro l’obiettivo del posto fisso scolorisce e forse svanisce dentro la perfetta tempesta finanziaria. Per gli atipici, piuttosto, questa è la stagione dei licenziamenti, mentre la precarietà allarga i suoi tentacoli e penetra in quella che era la cittadella dei garantiti del contratto a tempo indeterminato. S’avanzano valanghe di cassa integrazione e di mobilità. E almeno un milione di atipici rischia di finire nelle liste di disoccupazione. La flex-security resta un anglicismo e soprattutto uno slogan con poca fortuna nel Belpaese. Questa è la prima recessione che affrontano i precari made in Italy. La precedente, quella del ’93 con quasi un milione di posti persi, non l’hanno vista semplicemente perché non c’erano. Il pacchetto Treu e poi la legge Biagi, con le tante tipologie contrattuali, arriveranno dopo, a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo: dai co. co. co ai co. co. pro; dal lavoro interinale a quello in somministrazione; dal job sharing al job on call, fino allo staff leasing. Si disse che bisognava rendere più facile l’ingresso nel mercato del lavoro. E le generazioni più giovani hanno sperimentato tutte le vie d’accesso. Ma ci si accorge oggi che è soprattutto più facile licenziare. O non rinnovare i contratti a tempo, che poi è lo stesso. Così – stando a un sondaggio di Eurispes – oltre il 46 per cento degli italiani ritiene che le nuove regole del mercato del lavoro abbiano soltanto reso più difficili le possibilità occupazionali dei più giovani. (Continua) http://lombardia.indymedia.org/printable/node/13596 – di ROBERTO MANIA

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  8. Anonimo ha detto:

    oggi chi offre lavoro crede di dispensare anche benedizioni e anatemi. tutto è dovuto al mondo del lavoro: l’affetto, l’amore, la famiglia, la vita. [Comitato: NoSi-Lavoro]

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  9. Anonimo ha detto:

    ma per caso quest’articolo si riferisce ai viaggi del delfino?[Pat]

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