luci sulla città

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La penultima settimana di luglio da lunedì 18 a sabato 23 ho partecipato a un campo itinerante rivolto a giovani di napoli dai 18 ai trent’anni. Il programma del campo, salvo qualche piccola modifica, si è svolto secondo un itinerario che prevedeva appunto un giro delle varie realtà associative che si occupano del disagio, non dei poveri ma degli impoveriti, come dice padre Alex. Non siamo mai stati in molti tutta la settimana, tanto che il primo giorno eravamo io e un ragazzo di Casoria, il resto della settimana siamo stati stabili tra le quattro-cinque presenze, ma sapevamo che non ci sarebbe stata grande affluenza, del resto era la prima volta che si tentava qualcosa del genere in città, ma è stato bello comunque.

In genere noi abbbiamo l’idea della povertà come quella del barbone che dorme sui marciapiedi, o della nomade che chiede l’elemosina sui gradini di una chiesa, magari con bambini dietro per attirare compassione, ma non è così. Oggi i cosiddetti nuovi poveri sono spesso persone giovani soprattutto con un titolo di studio o famiglie che non possono permettersi un affitto, perchè i nuovi tassi sono sempre più alti, e altro ancora. Ci sono sempre meno centri diurni (recentemente ha chiuso anche il don calabria). Mi è piaciuto molto il Binario della solidarietà a Gianturco che è stata la prima tappa, si tratta di una realtà che fa parte assieme ad altre associazioni della Fondazione Massimo Leone di via del Grande Archivio. Scopo del Binario, come suggerisce il nome è quello non tanto di dare assistenza, quanto di rimettere in piedi le persone, favorendo un’integrazione nella società attraverso formazione e laboratori vari. Al Centro la Tenda, che già conoscevo, hanno gli stessi problemi che più o meno hanno tutte le realtà territoriali, spesso si ritrovano a dover ospitare un numero eccessivo di persone, senza nemmeno essere avvisati per tempo, malgrado abbiano fatto più volte sapere alle istituzioni di non essere più centro diurno.

Mi ha impressionato non molto positivamente il servizio alla mensa del Carmine: un ambiente piuttosto chiuso, clericale, dove ci si stupiva di vedere un prete, padre Domenico che lavava i piatti, e dove uno dei volontari gli aveva domandato se fosse anticlericale (figuriamoci, a un prete!): ma si sa, chi non risponde ad una certa immagine, soprattutto a Napoli, non è compreso o si presta a equivoci, e i comboniani non vestono ne talare nera, ne un abito religioso specifico, tipo il saio! Il servizio dei pasti agli ospiti era quanto mai freddo e formale (in compenso cucinano bene), come per far vedere che ti fanno un favore, anche l’accoglienza non era delle migliori, spesso il custode, Antonio, urlava contro chi voleva entrare senza rispettare il turno, si è poi giustificato, ma non è certo questo il modo migliore di trattare persone che hanno dei problemi!


Va dato comunque merito al lavoro di tutte queste realtà che svolgono un lavoro enorme, spesso in solitudine e senza sapere quasi nulla l’una dell’altra. Ecco perché bisogna lavorare molto, soprattutto su due settori: la conoscenza reciproca tra le varie realtà associative presenti sul territorio, e la formazione del personale, perché se è vero che il volontariato è un gesto gratuito, è vero anche che ci sono degli operatori professionisti che necessitano di adeguata preparazione. La settimana si è concluso con una celebrazione eucaristica al Centro missionario alla fine della quale abbiamo pranzato condividendo le impressioni della settimana. [vincenzo minei]
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