si muore per convenzione

Diversi anni fa ho realizzato un’intervista, fatta alla sorella di un operaio elettricista fulminato da un cavo. Nei pressi di san Gennaro, il racconto della donna è ancora attualissimo. Fino ad oggi sono quasi 600 le vittime sul lavoro in Italia e nel 2016 questo dato è stato superato. Quando muore un operaio, dopo poche ore, sui giornali scompare tutto, notizia, tragedia, causa, ecc. Si dice che troppi morti fanno solo la statistica. C’è un’altra storia alla Sanità, anch’essa tragica: un altro operaio, ammalato di cancro, che dopo circa 40 anni di lavoro, si è visto licenziato senza TFR e con il minimo di pensione. (anche quest’ultimo è morto).

Queste sono storie comuni che appartengono a tanti, solo che si presentano come consuetudini e quindi non “appetibili”. La tragicità suscita sempre interesse, ma perché quella dei lavoratori no? “Muoiono tanti, uno in più, uno in meno” … non mi convince. Ci deve essere qualcos’altro della semplice routine sensazionalistica che fa dimenticare subito un accaduto e non un altro. L’attentato in Belgio, in Francia, in Inghilterra suscita indignazione, programmi televisivi ad hoc, sondaggi, articoloni, sentenze, bandiere sui profili ecc. Dell’attentato dell’altro ieri in Nigeria, uno dei più gravi degli ultimi anni, nessuno ha parlato. Questo vuol dire solo una cosa, che gli operai deceduti sul lavoro (così come i morti in Nigeria), sono morti di serie B. Come se dietro questa morte, non ci fosse più nessuno; come se quel corpo, che non vive più, non fosse mai stato corpo, mai stato vivo, mai stato famiglia.

Mi chiedo: La donna che mi ha raccontato del fratello fulminato, non chiede giustizia? Quel padre di famiglia licenziato, non vuole più essere riconosciuto padre, uomo, e soprattutto, lavoratore? Per il mondo dei vivi forse è così, per chi resta nel dramma è solo una commedia. Una commedia che vivono in pochi nell’esasperazione, nella povertà, nell’unicità. A volte non vi è rassegnazione e si cerca di andare avanti, di trovare qualche argomentazione, qualche spiraglio di riconoscenza. Ma tutto viene vanificato con l’indifferenza. Così come la pacca sulla spalla di conseguenza, cosa che non può essere mai capita, la solidarietà che scompare dopo pochi secondi, e il dramma nel dramma che vive il singolo, il morto, la sua riconoscenza.

A volte le ditte pagano le somme dovute, ma cosa significa? L’indennizzo non risarcisce l’esistenza. Dipingiamo la nostra realtà nella falsità della disgrazia. Forse rigettiamo queste tesi perché, concretamente, pesiamo la nostra vulnerabilità. Tutto ciò ci fa paura così lo esorcizziamo, l’operaio non può e non deve essere vulnerabile. Quest’ultimo termine ci sconcerta, idealizza  l’uomo nella sua singolarità. Antropologicamente può anche convincermi… concludo. Guardate l’episodio “I miei Cari” diretto da Mauro Bolognini, con Alberto Sordi e Silvana Mangano. Forse un po’ rende giustizia all’indifferenza … ”e la vita si sa, è tutta fatta di convenzioni”. [+blogger]

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