cristo in persona

Ero stato felicemente licenziato nel lontano 2009 senza possibilità di avere un lavoro stabile. Ero (sono), disoccupato da ventiquattroanni, ma felice. A questo punto era importante fare  passo indietro.

Quando avevo lasciato la scuola a undici anni, negli anni Ottanta, tutti mi dicevano di imparare un mestiere: l’idraulico, il macellaio, ‘o scarparo (calzolaio), il barista, l’elettrauto, il salumiere. Se avessi realmente appreso uno di questi lavori, oggi sarei economicamente spacciato. Ero stato assunto, tra i quindici e i diciotto anni, in uno scatolificio di Arzano di Napoli: a nero, naturalmente, con una busta paga di ottcentomilalire al mese, adeguamento ai costi della vita, ferie, tredicesima ecc. Avevo smesso per iniziare a studiare, ma soprattutto perché non mi piaceva essere guardato dall’alto. Sì, perché, gli uffici dello stabilimento erano tutti collocati al primo piano. Io e altri cento operai, invece, eravamo posizionati sotto e controllati dietro i vetri fumé.

Immaginavo cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi rinunciato al lavoro. I mestieri di cui sopra non esistevano più, e le paghe come operaio erano (e sono) rimaste idendiche a quelle degli anni Ottanta. Insomma sarei morto di fame, come  le migliaia di famiglie che erano (sono) costrette a lavorare per seicento/settecento euro al mese. La frase era il raggiungimento di una meta: sempre meglio di niente.

Certo per rinunciare dovevi rinunciare: questo mi aveva permesso di non essere sottomesso e mi aveva lasciato tutta la libertà di morirmi di fame. Che bello avere fame senza sapere che un’altra persona poteva sfamarti a delle condizioni. Che bello sapere che il lavoro non legittimava l’essere e/o la sua dignità. Eravamo ossessionati (forse lo siamo ancora), dalla consapevolezza che il lavoro rendeva liberi, mentre io credevo l’esatto opposto. Nell’autobiografia di Mario Borrelli – Napoli d’oro e di stracci – l’autore affermava con molta sicurezza: Un Napoletano, premesso che lavori in proprio, sgobberà per sé e per la propria famiglia l’intera giornata e metà della notte; ma se lavora per profitto altrui, allora è un altro paio di maniche. [Borla editore Torino]. Ritenevo (e ritengo) sacro santa questa affermazione.

Lavorare otto, dieci o dodici ore al giorno. Non vedere crescere i propri figli. Avere rapporto sociali pari a zero. Non poter leggere o viaggiare, non avere tempo libero. Vivere con milleduecentoeuroalmese (la frase bisogna leggerla tutta d’un fiato). Il lavoro era (è), riconosciuto e legittimato come forza propulsiva della civiltà. Il benessere in cambio di una pacca sulla spalla e della mancia fuori busta paga. Il benessere e la felicità senza la famiglia, ma con le sigarette; dormendo poco ma con il gratta e vinci; il benessere del capo che ti cazziava, sussurrandoti che la tua dignità era salva o degli straordinari pagati a forfait. A fine mese i soldi guadagnati erano una manna dal cielo, era Cristo in persona che li portava su un piatto di platino. [+blogger]  

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