Sta per essere stampato un libro, curato da Carlo Avilio, su padre Giuseppe Rassello: finalmente. Così dopo il film di Capuano, il blog del rione Sanità e il video di V. Pirozzi, si aggiunge un altro documento che parla di un prete che, negli anni post-terremoto, ha vissuto per più di quindici anni nel rione. C’è un solo mondo per non dimenticare, è raccontare. In cantiere anche un radio-documentario che l’ha visto imputato e condannato per ben due volte. Ma perché dopo più di trent’anni la vicenda di questo prete interessa ancora? Forse perché c’è chi lo taccia di pedofilia e che invece vuole la sua beatificazione? Un coacervo di sensazioni contrastanti, che il tempo ha acuito e confuso. Ma don Giuseppe non era un farabutto. Prima perché non accettava compromessi scabrosi con nessuno; secondo perché viveva la sua povertà come un gesto da rappresentare.
Ricordo che spesso discutevamo del cibo e dell’importanza della dieta per un’alimentazione sana. Il prete se ne infischiava di tutto questo, affermava che il cibo gli serviva solo per sostenersi per il resto, mangiare più del dovuto, era peccato. E non aveva torto anche quando mia madre gliene diceva quattro contro il mio digiuno forzato. “Chillo tena diciott’anni, addà mangià, è giovane e addà crescere ancora. Padre Giusè, meglio che ‘a prossima vota ve state zitto”. Poi la fame mi prendeva e divoravo chella, ‘e pure Maria Stella.
C’era un altro episodio, tra i tanti che ricordo, che mi metteva continuamente contro il vice parroco della basilica di san Severo. Per anni abbiamo discusso dei mie capelli e della gelatina. Al prete non piacevano e faceva di tutto per farmelo notare. A me i capelli pettinati mi facevano schifo. Un giorno litigammo seriamente. Non parlammo per mesi. Il parrocchiano mi disse: “se non ti pettini non ti faccio più servire la messa”. Continuavo a pensare: “Ma perché ‘o prevete nun se fa e cazzi suoi?! Che sene fotte dei miei capelli?”. Era una guerra psicologica.
Una sola volta decisi, senza che lui mi dicesse nulla, di provare a scendere di casa senza il restyling quotidiano che facevo ogni giorno nella stanza da bagno. Appena don Giuseppe mi vide gli brillarono gli occhi, da lontano rideva e si avvicinava a passo spedito verso di me. “Così sembri più intelligente” mi disse con sollievo e soddisfazione. Ero imbarazzato perché non sapevo cosa rispondere. Mi portò sull’altare e mi fece indossare l’abito bianco per celebrare. Mi sentivo un prete, anche se il girono dopo dimenticai il suo sorriso, la sua allegria e soprattutto le sue parole. [+blogger]