Recensione libro “Memorie di una Famiglia di guantai” ed. Dante&Descarte – Nov. 2023
“Chi allucca grande dulore sente” ripete spesso sua madre per spiegare alcuni comportamenti agiti nel quartiere. E Antonio Caiafa, autore di questo romanzo, riporta fedelmente questa frase più volte nel corso del suo testo per spiegare la sofferenza della sua famiglia e della gente del Rione Sanità, operai infaticabili che raggiungono un livello altissimo di specializzazione e di qualità nella produzione di guanti esportati in tutto il mondo fra gli anni ’30 e gli anni ’70 del secolo scorso, eppure sempre ignorati dal sistema lavorativo ufficiale, in quanto lavoratori in nero.
Il romanzo costituisce in realtà un grande lavoro di recupero di storia orale, “I personaggi sono veri, i fatti sono realmente accaduti ed anche i nomi sono veri” mi dice Antonio, chiacchierando ad un tavolino di via Cristallini, a metà strada fra il palazzo che ospitava il basso – laboratorio dove sua madre è diventata esperta maestra guantaia ed il cortile nascosto di vicoletto Tronari dove è cresciuto il padre con la sua numerosa famiglia. “Ho romanzato solo i dialoghi, ma i miei genitori davvero si sono conosciuti qui, lungo questa strada”.
“Chi allucca tanto dulore sente”, ma Antonio non urla mai ed il suo romanzo non è “alluccato”. Ha le note della pacatezza anche mentre si domanda dispiaciuto: “come è possibile che di fronte ad una realtà produttiva così rilevante ed apprezzata all’estero nessuno si sia adoperato per regolarizzare questo lavoro “domestico” con una legislazione ad hoc, che ne rispettasse le caratteristiche e le specificità, garantendo a questi operai altamente specializzati una serie di diritti fondamentali?”.
Mentre seguiamo le vicende personali e familiari di Rosa e Vincenzo, i genitori di Antonio, scopriamo che nell’Annuario fascista degli anni ’30 erano censite più di cento famiglie o aziende che producevano guanti diffuse nel rione, ospitate nelle case, nei bassi, nei cortili dei palazzi. “Se pensiamo che nell’Annuario si parla di 11/12 milioni di guanti di fattura pregiata esportati all’anno”, afferma Antonio, “dobbiamo ipotizzare che circa 10.000 persone del rione vivessero all’epoca lavorando in questo settore. Stiamo parlando di una forza economico-produttiva enorme e non di un piccolo fenomeno circoscritto, la cui qualità era unanimemente riconosciuta all’estero.”
Eppure queste persone sono rimaste povere ed il rione è rimasto emarginato, in balia delle prepotenze delle poche famiglie camorriste e ingabbiato nello stereotipo dilagante all’esterno, che lo rappresentava come pericoloso, dominato dall’illegalità diffusa e connivente con la malavita. Eppure mai e poi mai qualcuno della famiglia di Antonio si sarebbe lasciato corrompere dal fascino della violenza e/o del guadagno facile, pur vivendo in ristrettezze economiche, perché votati all’ideologia del lavoro ed innamorati del proprio mestiere di artigiani.
In questa storia corale ruolo preponderante hanno le donne, imprenditrici, maestre artigiane e madri in famiglie numerose: personaggi eduardiani che assumono su di se’ grandi responsabilità e meritano enorme rispetto. Perni sociali importanti per la sopravvivenza quotidiana di grandi famiglie allargate, tessitrici di reti sociali estese e talvolta anche autrici di azioni straordinarie per l’epoca, come scrivere un manuale di teoria e tecnica dell’arte del guanto avendo solo la quinta elementare o creare borse e vestiti del tutto originali riciclando diversi tipi di materiale.
“Memorie di una famiglia di guantai” regala al lettore il privilegio di calarsi lentamente in quei cinque chilometri quadrati che costituiscono il Rione Sanità, per incontrare alcuni dei suoi abitanti di qualche tempo fa, guardando la realtà dal loro punto di vista, per comprenderne le difficoltà di vita e capire le ragioni dei loro comportamenti. [Carolina Tuozzi – Link ]