Una fiaba

Marta era nata figlia del pescivendolo di piazza Mario Pagano e da madre afgana emigrata nel Millenovecento ottanta due: vissuta per miracolo, dopo che una bomba aveva sfiorato la casa dei suoi genitori, decise di fuggire per paura, dopo che alcuni soldati l’avevano violentata ripetutamente. Dopo aver conosciuto il pescatore del quartiere, se ne innamorò perdutamente: da quell’unione nacque Marta, figlia e eroina della nostra storia.

Donna bellissima, dai lineamenti orientali, fisico perfetto, capelli neri occhi azzurri, labbra di color smeraldo, piedi affusolati, mani ornamentali, unghie naturali, caviglie strette e dorate, seno equilibrato, Marta era la ragazza più bella del rione Sanità. Il suo fascino non poteva essere ignorato. Ventidue anni compiuti, la vita le sorrideva, così come gli uomini (e qualche donna), si inebriavano quando passava per via Vergini. D’estate vestiva con abiti colorati e lunghi, senza mostrare le sue bellissime forme, solo un po’ di scollatura tra il collo e il seno: ai piedi portava sandali che si allineavano perfettamente con la sua andatura. Le braccia scoperte senza tatuaggi e con diversi bracciali di corallo, non somigliava a una Dea, né ad una principessa o ad una nobildonna: Marta era una vasciaiola

Gli uomini di ogni età la seguivano fin dove “Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude[1]”. La ragazza era schiva e sorrideva felice ricambiando ogni sguardo. Qualche malintenzionato cercò di sopraffarla, ma si scontrò con la furia del pescivendolo. Marta era protetta dai suoi genitori. Uno dei tanti ragazzi timidi la sognava ogni notte senza avere mai il coraggio di dichiararsi. Gli sbruffoni invece le correvano dietro come tante pecore nella transumanza. Marta era la primavera, così come “Marinella era una storia vera[2]”.

Un tempo la sua bellezza sarebbe stata barattata dalla Santa Inquisizione, bruciata viva per aver commesso il peccato originale. Ma Marta non amava Belfagor e non fu torturata con il “curlo da Mannini”[3]. Un evento inaspettato cambiò per sempre la vita della ragazza. 

Un giorno il sole splendeva e su piazza Sanità illuminava il campanile con le sue tredici cupole, entrando fin dentro lo scarabattolo di san Vincenzo Ferreri. Fu in quel momento che Marta attraversava la piazza seguita da occhi sagaci. Più frettolosa del solito, la ragazza aveva uno sguardo che si perdeva quasi nel terrore. Il viso più rosso del solito (anche se la sua pelle era scusa), non passò inosservato. Correva, correva, correva cercando di arrivare quanto prima a Piazza Mario Pagano dove viveva con la sua famiglia. Ma come al solito i ragazzi la seguivano, incuranti di quella che sembrava essere una sofferenza primitiva.  Di corsa attraversò via Sanità, cercando di superare prima possibile anche parte di via Arena alla Sanità. Quando si trovò l’enorme palazzone della scuola elementare Andrea Angiulli, quello che prima avevamo immaginato essere terrore si palesò in tutta la sua tragicità: piccoli rivoli di liquido scuro le scivolavano giù per le gambe, assieme ad altro liquido di indefinito colore. La ragazza anche quel giorno indossava una lunga veste, e mentre cercava con le mani di tirare su per non lasciare residui stradali, s’accorse che il dolore che prima la comprimeva, era in parte passato. Per questo motivo corse ancora più forte. Mentre saliva le scale per raggiungere la sua abitazione, come al solito il padre padrone di famiglia dell’ultimo piano, che non desinava sussurri sconci verso la ragazza, scendeva gaio dopo aver scaricato tre quattro paccheri verso la moglie ammalata; vedendola di sbieco tra il primo e il secondo piano, e aggiustandosi i baffi all’insù, ben pesò di sciorinare la sua flemma di uomo maturo per conquistare l’ambita preda. Man mano che la ragazza si avvicina per raggiungere la porta d’ingresso della sua abitazione, l’uomo avvertiva effluvi non immaginati per quel momento. Quando si sfiorarono, la puzza irrorò le narici del maschio che sobbalzò; per fortuna che c’era la ringhiera di ferro altrimenti si sarebbe fracassato testa e culo. Si accorse del liquido tra le gambe della fanciulla e con il pollice e l’indice, tappandosi il naso, le disse soltanto buongiorno.

Marta era scossa. Tutti avevano visto quello che era successo. Ma perché proprio a lei? Si accorse, tirando leggermente la tenda del balcone all’insù, che una piccola crocchia di persone sostavano di fronte al suo palazzo. Le malelingue già si erano messe all’opera sparlando e ridendo di quella situazione ridicola senza precedenti. Le ragazze soprattutto confabulavano con i ragazzi che animatamente descrivevano l’accaduto. Ogni tanto qualcuna del gruppo alzava la testa verso l’abitazione della figlia del pescivendolo. Mezz’ora, e la strada si liberò delle capere e degli azzeccagarbugli.

Il giorno dopo Marta si preparò per andare all’Università di via Mezzocannone. Era bravissima a disegnare la realtà con la mente e con i pastelli a cera. La ragazza studiava legge, ma seguiva appassionatamente i corsi di filosofia e antropologia. Quando chiuse la porta d’ingresso il papà già era sceso da tre ore, mentre la mamma era andata a fare visita ad una zia malata. Da alcune finestre di piazza Mario Pagano, si spiava il momento tanto atteso: Marta doveva uscire a momenti. E così fu. Quando si aprì il portale del civico dove la donna abitava, e quando la ragazza comparve nel pieno della luce del sole, lo sgomento degl’occhi che da lontano la fissavano sbigottita, trasalì fino a toccare le fauci del monte Somma. Nella mente delle donne che guardavano la bellissima Marta scoppiò il Vesuvio in tanti pezzi; così come allo stesso mondo negli uomini  si aprì un falla lunga chilometri che distrusse i Campi Flegrei, Lucrino e Bagnoli in un solo secondo. A scompisciarsi delle risate non erano solo i ragazzi e le ragazze, anche i vecchi e le donne mature non credevano a quello che stavano assistendo in quel momento.

Marta si era truccata così come la donna cannone si truccava per la sua rappresentazione in un circo equestre. Ma non solo. Aveva impiegato circa due ore per allargare le labbra e le orecchie attraverso i colori pastello. Aveva impastato così tanta cera sui suoi zigomi da sembrare una Faraona d’Egitto; gli occhi spiritati li aveva disegnato usando una matita nera, cosicché le palpebre sembravano più grandi e lo sguardo indemoniato. Aveva disegnato peli ovunque: sulle mani, sui piedi, sulle braccia, sulle gambe, sulle labbra, sulle orecchie, dietro i talloni. Aveva disegnato su ogni unghia lettere così composte: (sulle mani) R.A.T.T.O M.A.T.T.O  – (sui piedi) M.A.D.O.N.N.A D.E.A. Ma era ancora poco lo sgomento.  

Stranamente il viso scuro di Marta risaltava maggiormente perché la ragazza aveva indossato un bellissimo vestito bianco di seta. Quando svoltò la strada tutti si accorsero che dietro ci aveva disegnato una macchia marrone proprio all’altezza del deretano. Lo sgomento di chi assisteva si confuse con l’immagine irreale della ragazza più bella e seducente del rione. Sorrideva la figlia dell’afgana e del pescivendolo di piazza Mario Pagano: aveva sfidato la bruttezza, l’imbarazzo, la solitudine, la sopraffazione e l’ignoranza. Ritornò dall’Università ancora  più affascinante, gli stupidi continuarono ad andarle dietro, così come le capere giocarono il loro ultimo terno all’otto. [+Blogger] – Romanzo breve    


[1] L’infinito di Giacomo Leopardi

[2] La canzone di Marinella di Fabrizio De André

[3] Nel romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli, Mannini era il pederasta inquisitore che torturò ripetutamente la bellissima Antonia con la pratica del curlo: esso consisteva nel legare ai due polsi una corda piuttosto robusta, alzare un corpo fino a circa quattro metri di altezza, per poi scaraventarlo giù ripetutamente. Ogni pratica durava più di trenta ore consecutive. 

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  1. Avatar di Sconosciuto Anonimo ha detto:

    Racconto molto “romantico”, indispensabile per la bellezza. Complimenti. Simon

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