Negli anni Ottanta/Novanta del secolo scorso, la città di Napoli era un’enorme terreno di calcio. Si giocava in ogni spazio libero piccolo o grande. Fuori lo stadio san Paolo, sotto la Galleria Umberto, fuori al Museo Nazionale, sul bosco di Capodimonte, fuori la Cattedrale, … io ad esempio mi allenavo più spesso a Piazza Cavour o a vico Carlotta.
Carmelo Imbriani, invece, giocava nel campetto del paese di San Giovanni di Ceppaloni. Aveva tredici anni quando, su 350 ragazzi che partecipavano ad un provino, vennero selezionati solo 14; e tra questi c’era anche lui; e c’era anche lui quando con Totti, Inzaghi e Nesta formarono la nazionale under15. Aveva poi avuto come allenatore, nelle partite di allenamento, Ottavio Bianchi e Marcello Lippi, (quest’ultimo lo fece debuttare contro il Cagliari).
In questi anni le giovani promesse del calcio, tra i ragazzi di strada, erano numerosissime. Nella mia squadra giocava anche Annamaria, portiera eccezionale. Era una ragazza di via Fontanelle, bravissima a palleggiare e dotata di un tiro ad effetto straordinario. Negli anni Novanta il sistema calcio stava incominciando a cambiare e, il Milan di Berlusconi, rappresentò l’inizio della trasformazione. La metafora calcistica stilizzata nel linguaggio politico, confondendo il gioco con l’economia e viceversa, trasformò le sorti di chi sognava di diventare giocatore.
“Il calcio finisce, la vita resta e voglio sempre dare, come uomo, un ricordo importante”, era la frase che ripeteva Carmelo Imbriani deceduto, purtroppo, a soli trentasette anni, e ricordata da Gianpaolo che girava il mondo in cerca del fratello. Così per un po’ di tempo, durante la malattia del giocatore, l’Italia tifosa (da nord a sud), stralcio le beghe scientifiche e si riunì nella speranza che un coro potesse cambiare le sorti: lo striscione IMBRIANI NON MOLLARE riempì gli stadi.
Quando gli accusati erano i disoccupati che si abbonavano per andare a vedere la partita allo stadio, il masto calunniò l’operaio, mentre i ragazzi di strada si disperdevano nella cultura trainante; erano gli effetti dei medium a incastrare la cultura e a devastare le speranze. Il linguaggio si fuse dando vita al nuovo che si impresse nella spazzatura. Così le sorti di chi alluccava per un gol si trasformarono in pochezze umane, caricatura che attualmente vedeva agonizzare il gioco più bello del mondo.
Ma forse queste ultime premesse non valevano per Gianpaolo che continuava a sognare Carmelo mentre si allenava: per lui il ricordo doveva rimanere negli stadi. Così facendo, con l’autostop o con mezzi di fortuna, e migliaia di chilometri percorsi, riuscì a trasformare lo stadio del Benevento in stadio Carmelo Imbriani.
Post Scriptum
Il sogno di Gianpaolo è quello di dedicare cinque campi di calcio al fratello, uno per ogni continente: per ora gli è stato dedicato quello del Benevento; l’atro a Itigi, città della Tanzania; un terzo, forse, in Argentina. [+blogger]
*Ringrazio particolarmente Gianpaolo Imbriani che mi ha fornito alcuni importanti spunti per realizzare quest’articolo.