abu abbas e sanità

il

Ciao Blogger.
Ti stimo e ti sostengo nel tuo blog. Quello che hai detto è più o meno quello che dice Paolo Barnard nel suo blog. (io ritengo sia una persona pienamente degna di rispetto).
Ti rimando al suo link al proposito: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=125 – L’unico problema che io rilevo è che per esperienza diretta so che ci sono state persone e gruppi che si sono organizzati per fare proprio ciò che lui elenca, ovvero “dare corrente”; cioè attivare quei processi, quelle iniziative e quelle campagne che dovrebbero innestare un percorso di presa di coscienza popolare. Purtroppo i risultati sono stati abbastanza modesti, quindi mi chiedo cosa si debba fare: azioni dimostrative?, scimmiottare la comunicazione dominante con il mediattivismo di attivisti senza mezzi? Lo stare fra la gente quando non si ha nemmeno idea di come veramente vive la gente povera? Scimmiottare i modi e gli atteggiamenti sottoproletari? A me questa gente fa un misto di pena e paura, sono un misto fra coglioni e inquietanti… Io non lo so , ragiono per il momento in negativo, non so che fare. Cerco lumi. Aiutami tu blogger a capirci qualcosa. In ultima istanza solo Allah il grande e il misericordioso farà giustizia, e nessuno sfuggirà al suo giudizio finale. Allah Akbar [Abu Abbas – Fonte: vedi commento “Tric Tric e Vene Pesante”]

Ciao Abu Abbas
Grazie per aver scritto e per il tuo prezioso contributo, gli approfondimenti che lasci li leggo volentieri e ho visto che anche altre persone sono interessate ai tuoi articoli. Come avrai avuto modo di vedere nell’area blogger sono un sociologo nato in questo quartiere, vivo e collabora con la Rete Sanità e, anche se di rado partecipo alle riunioni, sono bene informato delle loro azioni e attività e sostengo le loro scelte. Volevo informarti che puntualmente anche io faccio queste domande e ti assicuro che le risposte sono vaghe e imprecise. Credo però che la storia possa darci una mano. Osservando la storia e i suoi vari cambiamenti culturali penso all’Illuminismo, al Decadentismo, al Materialismo ecc, non posso che “convincermi” che viviamo in un epoca di transizione che, nel mezzo, sbilancia e confonde anche i più scettici. Le “differenze” che attualmente notiamo sono i sintomi di questo determinato periodo storico, un periodo che ha trasformato il linguaggio così come le aspettative e le speranze. Non credo alla passività dell’essere umano, o al qualunquismo determinato, penso solo che attualmente noi italiani viviamo in una spaccatura o “crepa sociale” stretti tra l’incertezza del futuro e i gruppi di riferimento (tv, calcio, F1, MotoGP). Fintantoché l’economico invade tutti i campi del sociale l’alternativa non avrà “giustizia” né dignità. Credo che il linguaggio economico debba perdere le sue legittimazioni: Marx l’ha scritto!; noi dobbiamo sostenere e divulgare l’informazione.
Ritengo che la scrittura abbia un potere straordinario così come il cinema e i movimenti spontanei. Edward W. Said nel suo libro Cultura e Imperialismo scrive che “Il potere di narrare, o impedire ad altre narrative di formarsi e di emergere, è cruciale per la cultura e l’imperialismo… Inoltre non dobbiamo dimenticare che le grandiosi narrazioni di emancipazione e di edificazione spinsero intere popolazioni del mondo colonizzato a sollevarsi e a rovesciare il dominio imperiale; e che, nel corso di tale processo, non pochi europei e americani furono infiammati da quelle storie… e combatterono per una nuova narrativa, di eguaglianza e di solidarietà umana”. Credo nella comunicazione e non sono assolutamente un ottimista. Sono un cittadino del rione stanco di vedere schiacciata la “dignità degli ultimi”o umiliata la presenza di chi è parte della storia, di chi la vive, di chi la sente e l’apprezza ma che puntualmente non gl’è riconosciuta. Caro Abu Abbas sei benvenuto nella redazione. [+Blogger]

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Abu Abbas ha detto:

    Grazie blogger
    grazie di cuore per aver addirittura dedicato un post a me…. non merito tanto.
    Questa volta sarò brevissimo: sostengo e sottoscrivo quello che hai detto punto per punto compresi gli autori che hai citato.
    alla fin fine credo che tutti noi qui siamo veramente restii a darci per vinti.
    Allah Akbar.

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  2. Anonimo ha detto:

    BELLO!

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  3. Tiziana ha detto:

    salvate il PIANO superire dell'ex cinema felix. diamoci dentro con la “lotta” è facciamo vedere a questi potitici che parlano solo politichese che la nostra azione e il nostro movimento sono determinati a tutto. c'è un gruppo su facebook ci sono quelli che odionon il rione, ma per fortuna sono pochissimi, invece il gruppo blog ha 345 iscritti… per adesso

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  4. Anonimo ha detto:

    Gli intellettuali, dice Said, “hanno, come vocazione, l'arte di rappresentare”, ossia di dare espressione o visibilità a un determinato punto di vista sulle cose. Cerchiamo allora di “rappresentare” funzione, ruolo, modo d'essere degli intellettuali: è il duplice assunto di queste pagine che riproducono nella sostanza cinque Reith Lectures tenute alla Bbc nel 1993.
    “Nella profusione di studi sugli intellettuali, troppi hanno cercato di definirne la figura e troppo pochi di disegnarne il rilievo dell'immagine, dell'impronta, dell'intervento e dell'azione nel vivo, ossia di tutto ciò che costituisce nel suo insieme l'essenza vitale di ogni vero intellettuale”. L'autore tiene pienamente fede a questa promessa, e perciò le sue simultanee rappresentazioni – su chi sono e che cosa fanno gli intellettuali – risultano assai gustose oltre che scientificamente perspicue.
    In verità il “chi sono” appare strettamente connesso, ma con qualche confusione di ambiti, con il “chi dovrebbero essere”. Il testo ne risente, non chiarendo fino in fondo se intende fornire in primo luogo un saggio analitico o un polemico pamphlet.
    Sul primo versante – quello analitico – Said ritorna agli anni venti-trenta affrontando il confronto tra l'universalismo europeizzante di Benda e l'aderenza al concreto di Gramsci, il quale vede più lontano: “Chiunque operi in un campo legato alla produzione o alla diffusione del sapere oggi è un intellettuale in senso gramsciano”. Altri autori citati da Said, come Virginia Woolf, Benjamin, Foucault e Sartre, arricchiscono in modi diversi il quadro disegnato da Gramsci che ha il suo centro nel rapporto di interazione tra l'enorme crescita di peso e volume degli intellettuali, e la struttura del “dominio”.
    Sul versante descrittivo incontriamo rapidi efficacissimi medaglioni, che costellano origine e sviluppo del nostro secolo. Come la “rappresentazione” del “giovane intellettuale moderno” in “Padri e figli” di Turgenev, ne “L'educazione sentimentale” di Flaubert e nel “Ritratto dell'artista da giovane” di Joyce. O di Wright Mills “intellettuale indipendente”, di V.S. Naipaul e di Adorno “intellettuali in esilio”, il cui prototipo è Giovan Battista Vico, o del “nomade” C.L.R. James. Di Glenn Gould o Hobsbawm o White, che sono intellettuali “professionisti”, o di Chomsky, che è invece un politologo “dilettante”.
    Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Giungendo rapidamente verso i giorni nostri, piano analitico e dimensione “politica” del discorso si intrecciano in un tessuto sempre più fitto che acquista colori vieppiù drammatici: “In una situazione così esplosiva la cosa più difficile, per un intellettuale, è esercitare la critica, rifiutare l'uso di uno stile retorico – equivalente verbale di un bombardamento a tappeto”.
    L'organico libello si manifesta allora anche come un panegirico di valori positivi, che si oppongono al totale fagocitamento degli intellettuali da parte delle istituzioni economiche e politiche dominanti, e che perciò costano coraggio, sofferenza e precarietà: la “passione intellettuale”, uno spirito “critico” e “laico”, “scettico” e “ironico”, la scelta della “solitudine” contro l'”allineamento”, l'accettazione della “marginalità”.
    “Le rappresentazioni dell'intellettuale” a cui Said mostra di tenere “sono strettamente collegate a un'esperienza radicata nella società, di cui tali rappresentazioni dovrebbero continuare a essere parte organica: l'esperienza dei poveri, di chi non gode privilegi, di chi non ha voce n‚ rappresentanza n‚ potere”.
    Si esprime qui l'impegno di Said per ristabilire, giunti alla fine del nostro secolo, la centralità di un nesso che tutto lo attraversa: tra cultura e politica.

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  5. Anonimo ha detto:

    buon estate a tutti, anche se con ritardo, ma io adesso vado in ferie. comunque in qualsiasi posto vado porto con me computer e connessione. Igor

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  6. Anonimo ha detto:

    Si, probabilmente lo e

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  7. Anonimo ha detto:

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