neomelodia nel quartiere

Gli anni Ottanta/Novanta, cresciuto a pane e canzoni popolari, o meglio conosciute come sinfonie neomelodiche. La scena era contesa tra Nino D’Angelo, Carmelo Zappulla, Giggi Finizio, paradigmi di una generazione che contava miseramente, a suon di musica, l’illusione, il vagheggiamento, la lusinga, così come la più conosciuta povertà. Un intero quartiere, non tutti, ma buona parte, esplodeva nella stringa o sequenza di lettere: E nasce lei meravigliosamente nella guerra che c’è in me… oppure in: Gloria e madaglie, sbattut ‘e man Radio e giurnal parlan ‘e me, ca io sò grand… ed infine: Mo me rimasto stu telefono l’unica cumpagnia soli isso sape stu segreto ca me rimaste tu. 

Un impulso incredibile di suoni e colori immaginari con i suoi Don Chisciotte e le sue Dulcinea che vibravano a suon d’amore e di speranza. Povero ma bello con il suo caschetto biondo, napoletano, che rappresenta la vittoria di un sogno americano; l’altro, sempre del sud, sempre neomelodico, isolano, siracusano, basso e scuro. C’era poi il pezzo da novanta, nato nel rione Sanità, simbolo di un riscatto fatto di raccomandazioni e di virtuosismi. Ma la bellezza non contava, contava il trasporto, il sogno, la vanagloria; contavano il culto di una generazione liminale, dei ghetti di Napoli, della strada che amava Alemao, Ferrara e Maradona, così come ricordava Pino Daniele in un suo concerto a Fuorigrotta. Anche quest’ultimo conteneva i danni per un’altra generazione dai gusti più raffinati. Ma nel rione il rapporto era impari, le sinfonie neomelodiche erano unificanti, amorevoli, retoriche, identificative.

L’immagine di una ragazza che lavava il balcone di casa e cantava a squarciagola… Era l’immagine che proiettava la sua identità, oppure la voglia di apparire in tv o la voglia di nascondere una crisi. Uscire gridando la propria esistenza, cantando e stonando in modo catartico. Pino Daniele seguiva, perché la realtà era dissonante. Meglio le rappresentazioni celesti che l’inferno del passato o l’immagine della precarietà; e meglio l’esasperata magia di un culto sonoro che lasciava intendere la normalità, meglio una radio a tutto volume che scassava i timpani, meglio la salvezza creativa che la sottomissione, che il disprezzo, che l’indifferenza.

La vita aveva bisogno della vita altrimenti era crisi. La vita era Carmelo Zappulla, era Nino D’Angelo, era Giggi Finizio, erano i neomelodici della via Montesilvano, di piazzetta san Severo, di largo Miracoli, di vico del Filatoio ecc.  PS. C’era una canzone che spopolò in quegli anni, tutti la canticchivano, non ricordo la cantante ma faceva pressappoco così: Ma chi si Braccio di Ferro… te accattato a pipparella pe fa ‘o n’zipito con me: tieni a mente che non sono Oliva, so Fortuna e me ne vanto. Tu t’è magi ‘e spinaci io m’e mangio a muzzarella, cocch’ghiuorno guagliunciello io te rompo a capuzzella.  P.S. Per cortesia sto cercando il testo disperatamente, se conoscete la cantante vi prego di inviarmi sue notizie. Grazie. [+blogger]

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