la sala operatoria

Uno dei miei primi lavori consisteva nel vendere acqua minerale nell’Ospedale Ascalesi. Nel cortile, in quella che io consideravo una “clinica”, c’era un piccolissimo bar. Fui assunto come porta caffè: lo portavo ai medici e agli infermieri, ma il lavoro più importante dovevo farlo la mattina prestissimo nei reparti, soprattutto nel reparto maternità. Il mio capò mi diceva sempre che dovevo arrivare alle sette o massimo alle sette e mezza di mattina, ma io che avevo circa 12 anni e che dovevo, dal rione Sanità a Forcella arrivarci da solo, la puntualità non mi riusciva regolare. Prima delle otto e mezza era impossibile iniziare. Appena nel bar, l’odore di cappuccino e di cornetto mi “affatturavano”, ma il capò, sempre più infervorato, mi diceva: “niente da fare, berrai il latte e mangerai il cornetto dopo aver setacciato tutti i reparti dell’Ospedale”. Questo significava fare colazione passate le undici. Appena arrivato, dovevo prendere diverse buste di plastica, infilarle l’una nell’altra e metterci dentro quante più bottiglie possibile, erano quelle di vetro, quelle con il vuoto a rendere. Una volta pronte incominciavo la mia corsa per i reparti partendo dall’ultimo piano. Nel cortile c’era sempre tantissima gente, ambulanze, auto, trambusto, sirene.

Il capò mi diceva di stare più tempo nel reparto maternità perché le donne avevano bisogno di acqua e la mattina non c’era mai nessuno. Raramente mi trattenevo, ma nel contempo insistevo nel far comprare acqua “migliore” anche perché, quell’insistenza, mi fruttava una percentuale maggiore sulla paga settimanale. In uno di questi giri mattutini, nel reparto maternità, scoprii quello che io ritenevo fosse una tortura coatta. Stavo vendendo tre bottiglie ad una donna, ma mentre le prendevo i medici entrarono e dovetti aspettare fuori che finissero per concludere il mio affare. La stanza era adiacente alla porta della sala operatoria ed io andai a sedermi di fronte a quest’ultima. Alzai gli occhi e vidi una ragazza abbastanza giovane, con i capelli rossissimi e un pancione enorme. Stava piangendo vicino ad un’altra donna, credo fosse la madre. Dalla sala operatoria uscì un medico in camice verde. La mamma gli disse qualcosa e il medico parve approvare: si rivolse alla ragazza e pacatamente disse: “hai ragione di aver vergona, non preoccupati, ti porto io da solo a fare la visita”. Ma dall’espressione delle donna, che gli aveva sussurrato qualcosa all’orecchio, un gesto di disapprovazione comparve. Spiegò questa volta ad alta voce, al medico: “Dottò, mia figlia ha vergona di lei, non si vuole far visitare”. Nel frattempo s’allontanarono dalla ragazza per discutere a bassa voce.

Così mentre parlavano, dalle calze velate di quest’ultima, vidi percorrere un liquido trasparente, poi rosso fuoco, più rosso dei suoi capelli. Lei sgranò gli occhi senza urlare, le si accese tutto il viso, non solo i capelli ma che le braccia, le gambe, e parte del corpo le si infiammarono. Ero lì impietrito. In quel momento non solo la sala operatoria non era pronta, ma non c’erano neanche infermieri o portantini che potessero accompagnarla. Il medico, quando si accorse di quello che stava succedendo, urlò nel vuoto o verso qualcuno: “in sala operatoria, presto”. Sempre impietrito, vidi la ragazza raggiungere da sola a piedi la sala posta di fronte a me; camminava e piangeva adesso, con più veemenza. Sempre da sola, visto che la porta della sala era rimasta aperta, vidi che si adagiava sulla branda, stendendosi e divaricando le gambe. La scena allora mi sembrò più limpida che mai. Mezza sfera, di quello che io ritenevo un incubo, le era rimasta incastrata sotto la sua pancia: sangue, grasso, puzza, non sapevo cosa realmente stava succedendo. Mi alzai e scassai due bottiglie per sbaglio. Subito dopo, cercai di entrare nella stanza per vendere l’acqua, ma nel frattempo i medici uscirono e si precipitarono nella sala operatoria ancora costantemente aperta. Finalmente qualcuno la chiuse. Mentre asciugavo per terra sentivo le urla, la mamma non so se piangeva o rideva, il medico la rassicurava, ed alla fine entrai di nuovo nella camera per concludere l’affare. Fu così che una delle donne ricoverate mi sorrise e con voce atona mi disse: “ma con quale autorizzazione vendi in questo reparto?!”. Accennai quello che confusamente avevo visto, ero intrinsecamente provato, avevo assistito ad una cosa schifosa, ma non capivo perché in quel momento tutti nella stanza erano calmi. Quando finii il lavoro dissi al capò di non voler più andare il quel reparto, la risposta fu secca: “decidi tu, o vai o sei licenziato”. [+blogger]

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