la maschera

Sono nato a via santa Maria Antesaecula, venti metri dalla casa dove è nato Totò. Alla fine degli anni Ottanta nel rione si parlava pochissimo del principe. Una prova che è stato ignorato, e ci ha ignorati a sua volta: Totò è andato via da Napoli a diciassette anni, e solo in vecchiaia è tornato nel rione (e non per sua volontà); nel quartiere sono più di quarant’anni che “preparano” il museo di Totò, che non è mai stato realizzato. Oggi si fa un gran parlare del principe solo perché il turismo lo ha eletto simbolo di sfruttamento economico. Totò brama la sua nobiltà e non si confonde con la povertà e la disoccupazione del luogo. Insomma, un borghese iscritto alla massoneria con un animo liberale, ciò che spiazza gli studiosi quando tentano di descrivere la cultura partenopea.

Totò spacca Napoli, eh, sì. È l’uomo che può essere studiato per comprendere le contraddizioni di un popolo sottomesso nei secoli. Molti anni fa un vecchietto piuttosto simpatico, marinaio per scelta, che non voleva confondersi con i militari perché diceva “la marina è un’altra cosa”, mi disse che il soprannome di Antonio de Curtis era “Fofò”. Nel rione molti lo prendevano in giro per il suo modo di vestire e per la sua fisionomia. La mamma di Totò, Anna Clemente, era poverissima. Totò ha vissuto la povertà sperando in un riscatto, e alla fine è stato premiato grazie alla sua genialità. Ed è qui che l’uomo si spacca e, come molti d’altronde, si stacca dalla povertà non riconoscendola più.     

In un documentario prodotto dalla rai Totò, nella piena maturità cinematografica, dichiara di non farcela a fine mese perché ha un figlia da sfamare. Queste contraddizioni, che per fortuna non sono solo napoletane come qualcuno ha voluto farci credere, lasciano il tempo che trovano e ribadiscono il rifiuto di una vita fatta di stenti e rinunce. Questo non riconoscersi è un fattore intimo, esce dall’inconscio direbbe Freud, per trasformarsi in esaltazione. Si esalta ciò che si è, per ribadire ciò che si fa dentro la nostra esistenza; e quello che si fa è l’esatto contrario della privazione. Totò non voleva privarsi della sua comicità così come non voleva privarsi di essere un nobile, anche se la nobiltà si era sgretolata.

Insomma, se Totò è Napoli (ma non lo è?), posso concludere che tante Napoli esistono e si contraddicono, o meglio, non si riconoscono per difetto: il difetto della povertà è la rinuncia che trasforma l’esistenza. Riconoscere la povertà sarebbe come riconoscere Fofò, ossia quello strano personaggio  bizzarro e puerile; e non il comico Totò, la maschera più brava del mondo. [+blogger]  

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