ci vuole tempo?

C’è una serie tv, non molto interessante, anche se il soggetto non è male (è quasi un remake), dal titolo Upload. “Si nun muore ‘e subbeto“, hai la possibilità di scegliere o la morte classica (quella dove nessuno ancora conosce bene il significato) o entrare a far parte del mondo virtuale: in quest’ultimo la memoria storica viene salvata (un intervento chirurgico la trasferisce in una hard disk) e l’essere umano può continuare a “vivere” virtualmente. La seconda scelta, ossia l’upload, è a pagamento: più soldi ha la famiglia del deceduto, più il morto virtuale può interagire con i vivi. La cosa che può essere interessante, ma che invece è stata snobbata forse per questioni sensazionalistiche (ma posso sbagliarmi anche perché ho visto solo la prima stagione), l’ho colta in un solo episodio. Si vedono molte persone protestare, così come in uno sciperò, per il fatto che solo i ricchi possono essere “uplodati”: più soldi investi, più giga hai a disposizione, così come nell’industria turistica. Sempre nel singolo episodio, il ricco protagonista per una strana coincidenza, si trova a varcare l’area dei due (massimi) giga byte. La differente programmazione fatta dal webmaster è evidente. Il ricco, nel mondo virtuale morto, ha a disposizione una grafica perfetta; ha più luoghi virtuali o “naturali” da esplorare, può percepire sensazioni e umori, può viaggiare esplorando galassie e “realtà” parallele. Invece, la grafica del luogo (upload 2gb) è da ex ospedale psichiatrico. I suoi membri possono sì interagire ma all’esaurirsi dei dati si spengono, e devono aspettare il mese successivo per connettersi di nuovo. Nella prima stagione questo discorso non va avanti. L’argomento non è nuovo visto i sincretismi e le religioni della felicità. Ma tutto sommato fa capire che non possiamo discostarci così tanto dalla condizione di essere umani. Il nostro punto di vista può essere anche altro, deformato o perfezionato, resta comunque un punto da prendere in considerazione. Quello che distorce completamente la serie è ricchezza che fa da contrattale alla morte.

Se ci penso un po’ mi rendo conto che il soggetto della serie non è poi così lontano dalla casa cimiteriale napoletana. Anche in quest’altro e più antico luogo di culto, la differenza tra la ricchezza è la povertà è distorta razionalmente. Mio padre e mia madre sono custoditi in un loculo al quinto e ultimo piano (settimo e ultimo spazio, che per salire bisogna stare attenti alle vertigini e alla scala sgangherata) della più alta palazzina del camposanto di Poggioreale. E solo perché avevo duemila euro che sono riuscito a comprala nel lontano 2005. Chi dispone di più denaro scende fino a toccare terra. Nel cimitero, così come in un tipico basso napoletano, si vedono nicchie bellissime con vetri fumé e marmi decorati che, in realtà, distorcono con la concezione religiosa. Se Dio è in alto, perché devo deporre un caro defunto a terra? Insomma, se dispongo di ricchezze e gloria cosa faccio in una realtà virtuale dopo essere morto? E cosa faccio in una casa di riposo eterna che mi lascia a terra e non mi fa andare in cielo?

Adesso, in poche parole, racconto ciò che realmente mi è successo al cimitero. Il due settembre scorso, verso le undici del mattino, ero su quella scala sgangherata. E, mentre cercavo di sistemare i fiori, ad un certo punto ho sentito un uomo che sghignazzava: era accompagnato da una donna e da un bambino di circa dieci anni. Erano gli “inquilini” del piano terra che a giusta ragione reclamavano le loro preghiere. Abbasso gli occhi e il signore un po’ emaciato un po’ corrugato mi ha chiesto in lingua italiana (ma con un accento molto napoletano): “Ci vuole tempo”? Ecco che in questa che sembra una parodia, c’è l’enigma dell’upload e della scelta della morte. Il culto è vivo così come sono vivi i morti “uplodati”. C’è sempre un posto d’onore che va considerato anche se, in questo caso la frase, gli ultimi saranno i primi, è verissima più che mai. [+blogger]                

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