il pettegolezzo sui social

Dei miei circa 460 amici e parenti, dopo una scrematura forzata, si è no riesco a leggere 1% di quello che scrivono. Leggere i post, soprattutto quelli accusatori, quelli discriminatori e quelli politici mi annoia moltissimo. Non credo che siano bugie, ma la base di un discorso non lo comprendo in poche righe. Preferisco un blogger, una giornalista, uno che scrive e che usa le classiche procedure del come, quando, dove e perché. Già sono abbastanza rimbambito nel leggere e comprendere le verità, figuriamoci quando m’imbatto nelle mezze frasi, nelle accuse, nei giri di parole, nei meandri della psiche. Frasi del tipo: “parla chiaro e non nasconderti”, oppure, “non mi faccio prendere in giro da uno che dimostra poca intelligenza”, o ancora, “come si fa a denigrare la propria madre”, le considero alla stregua di un pettegolezzo intimo, una forma di alter ego individuale che agisce fondendo, questione già ben nota, il pubblico e il privato.

Un giorno leggo per caso: “sarai abbandonato a te stesso, neanche i tuoi figli avranno cura di te, sei e continuerai ad essere solo un poveraccio”. Ho provato ad interpretarla. E’ la moglie che è stata tradita e che sfoga la sua rabbia nei confronti del marito? E’ una mamma che, solo perché odia suo genero, si rivolge all’uomo chiamandolo poveraccio?  E’ il fratello del poveraccio? Immagino le interpretazioni che posso fare e, nello stesso tempo, mi accorgo che sto cercando di capire il niente. Niente lo definisco, ma che nella mente di chi scrive ha un suo preciso significato. Anche il pettegolezzo ha un suo sociologico significato se considerato generalmente. Se provo a fare un discorso individuale l’unica frase che mi viene in mente, quando qualcuno mi confida che il tizio di 70 anni sta con una ragazza di 25 è: a me non interessa.. ma tu poi pecché nun te fai e cazz’ tuoi?

Quello che mi interessa è individuare la variabile che pone sullo stesso piano pubblico e privato. Se posto le foto del mio bambino appena nato, se quando mi sveglio mi faccio un selfie in mutande, se pratico la moda del bikini bridge, se espongo una bambina fuori un balcone e minaccio di buttarla, se non ottengo 1000 like in meno di 10 minuti, tutto ciò ha come conseguenza l’effetto di una distrazione inconsapevole, una sorta di appagamento collettivo che giustifica tale atto. Che bisogno c’è di scrivere in pubblico al proprio fratello o sorella, un complimento, un rimprovero o una frase qualsiasi, quando gliela posso dire di persona? Se per caso è lontano/a gliela posso sempre far recapitare per lettera. No, la lettera in busta chiusa non ha più senso! Anche la giovane mail ha perduto il suo significato. Ma è proprio così? Il concetto pubblico/privato si è avvicinato così tanto da fondersi o confondersi? E’ forse questo il periodo dell’anarchidemocrazia? Hei hei… è solo una teoria.

La radio negli anni ’20 ha contribuito non poco ad accentuare il nazionalismo italiano, così come la tv degli anni ’80 (soprattutto con l’avvento di quelle private), ha svuotato maggiormente il senso politico del dialogo, creando sempre di più uno spartiacque tra finzione e realtà. I social sono l’archetipo del funzionamento tecnologico dello scorso secolo, una sorta di rivincita dell’uomo sulla finzione, che ha contribuito a gettare panico, ma che poi ha assestato il tutto materializzando la falsificazione. Il rapporto face to face ha perso, in parte, la sua funzione di democrazia, lasciano sempre più spazio al pettegolezzo. Mentre scrivo e materializzo i miei sentimenti (anche il libro ha la stessa funzione), dall’altra parte il pubblico approva o disapprova in un tempo più o meno reale, materializzando il senso di appagamento o delusione. Anche se vendo 100mila copie del mio nuovo romanzo, o il mio film vince un premio importante,  provo lo stesso senso di appagamento con una differenza però, che sui social il tempo è dimezzato, è sparito… il tempo non esiste più.

La variabile “tempo” perde, in questi specifici casi, il suo significato; dall’altra parte acquista un maggior valore, un valore singolo e specifico, che si trasforma in una pretesa per un commento, una approvazione, un disappunto, o più semplicemente, un mi piace. La foto postata crea gioia ed ansia, meno paura per la sua vulnerabilità, più sicurezza perché approvata da tutti. E’ il vecchio discorso “se dobbiamo morire è meglio che moriamo tutti quanti assieme”. Anche il giudizio fa paura. La pettegola un tempo sussurrava alle orecchie, a Napoli si dice di queste donne “chella va truvanno ‘e vedè…”. Forse oggi più nessuno ha voglia di assistere a qualche scena raccapricciante, si ha invece più voglia di fotografarla, di filmarla e rendere protagonista il nostro tempo. Il vuoto lasciato dalla televisione, dalla politica, dall’interazione sociale, in qualche modo lo stanno colmando i social. Ecco perché c’è voglia, con giusta ragione, di parlare, di discutere ad alta voce, di convincere e convincersi che siamo noi i veri protagonisti del divenire. Troppe assenze la nostra democrazia ha preteso, troppe finzioni ci hanno scandalizzato fin a vivere nell’anonimato che demolisce la certezza, la solidarietà, finanche la verità.

Il senso di appagamento è l’essenza del vivere in una società, così come la partecipazione e il “protagonismo”; se esse vengono a mancare in qualche modo devono ritornare, in qualche modo devono materializzarsi. Perché se scrivo un post e non ricevo almeno un “mi piace” mi innervosisco o provo ansia? E’ una sorta di dipendenza da noi stessi, essa scaccia l’indifferenza e, finalmente, con l’avvento dei social, anche i più timidi, i più timorosi, i più “paurosi” scrivono la loro parte. Naturalmente l’ansia non vale per tutti, (così come l’indifferenza) ma nell’insieme, così come nelle raffigurazioni della realtà, il sentirsi dentro, il considerarsi ed essere considerati è parte integrale della vita quotidiana.

Nel mettere in pubblico ciò che prima era riservato alla sfera privata, un rimprovero fatto al fratello, una considerazione sul proprio look intimo, una foto, un audio ecc., riaffermo con forza la mia vita, il mio essere, la mia esistenza, la mia coscienza. Essa mi è stata tolta da anni di indifferenza politica e sociale. La mia democrazia mi fa sì parlare, ma in realtà è come se a parlare non ci fosse nessuno; la mia politica mi racconta frottole ed io ci casco come un pivello; il mio lavoro non è riconosciuto ed io provo rabbia… Ed in questo io posso sopra o sottovalutare le mie attese: posso commettere degli errori, fare una invenzione straordinaria o annunci apocalittici; posso cambiare il corso della storia o ideare una nuova dittatura. Per ora non ci è dato sapere. [+blogger].

La foto copertina è stata scaricata da internet: illustrazione di Pawel Kuczynski

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    tutti cerchiamo di essere protagonisti nel mondo virtuale, perchè in quello reale ormai contiamo meno di zero

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...