i cazunari dei cristallini

Patrizia è una donna della Sanità, da circa cinquant’anni è “seduta a cucire pantaloni, camice, giacche, zaini, federe, trasformando, reinventando, costruendo e sistemando la merce”. Racconta la sua vita con allegria, è una donna intelligente, con suo marito Gennaro, e sua cognata Titina, porta avanti l’ultima “azienda” di cazunari alla via Cristallini. Un luogo di circa 30 metri quadri, strapieno di vestiti, giacche, zaini, bottoni, cinghie e soprattutto pantaloni militari. Moltissime foto appese sui muri, scrostati dall’umidità e dalla vecchiaia, l’odore acre di muffa si confonde con quella del caffè che prepara per ogni persona che entra nella sua bottega.

Parlare con Patrizia è bello, non ti annoi a sentirla discutere del suo lavoro, del quartiere, della sua famiglia, della sua vita. Così come non ti annoi ad ascoltare suo marito, che, con suo padre, ha iniziato settant’anni fa questa professione. La cosa che mi stupisce subito, appena gli faccio la prima domanda è: come si chiama questo lavoro?, Gennaro mi risponde subito, questo lavoro non si chiama! Non si chiama, il perché poi me lo spiega meglio Patrizia: se c’è un pantalone da aggiustare noi lo aggiustiamo, se non possiamo, invece, con la stoffa facciamo uscire una borsa piccola, oppure una fodera, o una cinghia. Noi oltre a riutilizzare, trasformiamo, senza mai buttare nulla, ci conserviamo i bottoni, le fibbie, conserviamo il  cotone, la stoffa, le chiusura lampo ecc. Essendo che una volta facciamo i pantaloni, un’altra volta le camice, poi le borse, gli zaini, poi le cinte, i cappelli ecc, ecco che non sappiamo come definirci.  

Quindi non solo il riciclo e il riutilizzo da circa settant’anni, ma un qualcosa in più che mette in crisi il commercio classico. Alla faccia di chi dice che nel rione la raccolta differenziata non si può fare, questi artigiani possono insegnare a politici e professori che ancora stanno a definire come e in che modo differenziare. Ho letto sulla rivista internazionale.it che gli Stati Uniti stanno per abbandonare il riciclo della spazzatura perché troppo costosa e, soprattutto, perché la gente non la sa fare; beh, io candido Patrizia, Gennaro e Titina a risolvere questo dilemma (almeno in parte), che da anni mortifica le menti più lucide. Un lavoro che non ha nome, che utilizza, riutilizza, trasforma e reinventa, dove niente si butta, è semplicemente un lavoro bellissimo oltre che utilissimo.

Questo lavoro che si sviluppa attraverso la rete familiare che, nella bottega degli ultimi cazunari ai Cristallini, ancora permane come modello di mestiere virtuoso, rivolto più che al guadagno e allo sfruttamento, all’utilizzo delle effettive risorse, trae una profonda e umana riflessione sulla dicotomia passato/presente. Siamo sicuri che il rione ricco di turisti migliora? Siamo sicuri che la ricchezza che si sta sviluppando nel quartiere porta benessere e lavoro? Non  bisogna trasformare, ad esempio, la bottega di Patrizia in una attrazione turistica, come invece si sta facendo con altre realtà. L’utilizzo e il riutilizzo dei materiali è frutto di una mente razionale che ragiona per sostenersi e sostenere, e non per sfruttare o aumentare la produttività. Nelle parole di Gennaro e la moglie non ci sono termini economici, il linguaggio di Patrizia è semplice: nell’intervista (che qui non riporto per ordine di spazio), la sua mente è quasi sempre rivolta al passato che unisce al presente.

Queste espressioni sono liberate da ogni riferimento economico e capace di concepire solo l’utilità solidale e non la mera riflessione al guadagno. Con questo non voglio dire che il lavoro è inutile, ma l’utilità nella sua forma eccessiva, ossia minimo sforzo/massimo risultato, è deleterio per costruire forme di solidarietà. Questi concetti sono già stati ribaditi da eminenti studiosi, non sono io ad inventare o teorizzare, ma gli esempi di cui sopra devono farci riflettere ancora. Il modello Sanità, ossia il flusso sproporzionato di turisti che invade ogni giorno il quartiere, guidati ed indirizzati da “esperti”, nel suo insieme non è una cosa sbagliata; esso concepisce e struttura l’azione, che ritorna sotto forma di benessere economico e finanziario, solo per un’élite che in qualche modo ha già accumulato denaro. Posso dire di aver fatto una scoperta sensazionale? niente affatto!, ho solo ribadito quello che da anni è l’utopia della razionalità. [+blogger]

   

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