tutto uguale

Con forza ripropongo l’articolo che ho scritto nel febbraio 2017, in relazione alle stese che sono state fatte in questi giorni. Non è una analisi scientifica né una elucubrazione fantastica, essa è soltanto una visione dei fatti, con poche argomentazioni. Il rione Sanità vive la sua folle e costruita crisi d’identità, “crisi della presenza” come direbbe Ernesto De Martino.

“Scandalo” Forcella Sanità 16/02/2017

Il rione Sanità da molto tempo vive una esponenziale crescita turistica, da seimila visitatori l’anno si è passati ai sessanta mila del 2015. Sono soprattutto italiani quelli che visitano il quartiere, non a caso i molti b&b nati in questi ultimi tempi sono tutti gestiti da non napoletani. In questi stessi anni la criminalità organizzata è molto più presente nel rione, le cronache giornalistiche, e non solo, parlano di una escalation senza precedenti. Negli anni Settanta i registi dell’epoca “protestarono” a suon di fiction contro quella che sembrava essere l’inefficienza delle forze dell’ordine. “Milano odia, la polizia non può sparare”, “Roma Violenta”, “Napoli Violenta” sono solo alcuni titoli di film di una ferocia singolare ed inaudita. Poi le stragi sfociate nella morte di Della Chiesa, Falcone, Borsellino (solo per ricordare i nomi più illustri), hanno dato il via a un’epoca di ribellione, di insulti parlamentari, di coalizioni politiche, di cosche mafiose che si estendevano da un lato all’altro dello stivale. Non voglio approfondire, già tutto è stato scritto e documentato.

Mentre all’esterno della pizzeria di via Sanità centinaia di persone aspettano il loro turno, a pochi metri di distanza padre e figlio scampano ad un attentato; due giorni prima in un luogo ancora più vicino, un ragazzo veniva gambizzato. I morti ammazzati e quelli che sono stati uccisi per sbaglio passeggiano assieme ai tanti signori muniti di reflex e di videocamere professionali. Da un lato una strage che ammazza due persone e ne ferisce tre, dall’altra s’inaugura un altro percorso greco/romano. Iniziano le notti bianche anche nel rione, tre nel giro di pochi mesi: zona pedonale, gente a piedi e in bici, l’aria è quella di una civiltà mai “annusata” da queste parti. Ma i clan non si fermano, si continua con i regolamenti di conti.

Negli anni precedenti, quando nel rione esisteva il boss, le persone avevano paura di entrare nel quartiere, molti “strisciavano” la Sanità, l’evitavano intenzionalmente, impossibile organizzare con qualche scolaresca una visita guidata. Per contro (stranamente) era l’esatto opposto. Oggi potrei dire: nessuno più ha paura? Cammina per la via Arena alla Sanità la prole straniera, camminano i non campani, ma anche quelli che dal Vomero o della via Petrarca arrivano per comprare il fiocco di neve. La bontà di un dolcetto, di una pizza e la voglia di visitare le catacombe di san Gennaro hanno ribaltato i sentimenti di angoscia?!

Dopo anni finalmente qualcuno sta iniziando a capire che gli abitanti del rione non sono tutti conniventi, che le cronache giornalistiche servono per vendere carta e che lo stereotipo stampato ha sempre la spiegazione del “come volevasi dimostrare”. Ecco che invece inizia un’epoca che sbilancia i più scaltri, qualcosa attualmente bisogna raccontare per non soffocare, il lavoro da solo non dà una spiegazione esaustiva del fenomeno, quindi? Quando le etichette si formano nella loro drammatica realtà, la conoscenza sembra vacillare in un mare di ipotesi tutte giuste, inequivocabili, senza ombra di dubbio. L’ipotesi come conoscenza da verificare è troppo lunga per confermare la [mia] ricerca, mentre i social possono essere utili proprio in relazione a questa monotonia. Potrei azzardare e dire che le vite virtuali creano le raffigurazioni di onnipotenza, ma meglio lasciare queste affermazioni ad un buon sociologo.

Insomma, la cosa che mi interessa analizzare in quest’articolo è proprio la “vicinanza” che c’è tra le due realtà di cui sopra: mentre si spara si mangia, mentre si festeggia si minaccia, mentre si organizza si distrugge. L’abitudine alla paura rischia di rendere ogni cosa normale per gli abitanti del rione, ma per i turisti? Qualche mese fa ragazzi in moto spararono uccidendo una persona alla via Sanità, esattamente all’altezza di uno dei palazzi del Sanfelice; poche ore dopo visitatori fotografavano le scalinate del palazzo, gli archi, il portale nella tranquillità più assoluta.

La normalizzazione di cui parlavo prima è anche una costante delle persone che non sono del posto?! Mi chiedo, ma questa domanda/affermazione è giusta? C’è forse un concetto di paura generalizzata che fortifica il singolo (anche se in questo caso non saprei proprio come immaginarlo), oppure una invincibile resistenza alla paura e/o alla morte? Si ammazza nella certezza che l’ordine non sarà ricostituito, cosicché ciò che crea spavento e umiliazione rafforza la scena della realtà? Sul Vesuvio si continua a costruire, le persone che ci abitano non hanno intenzione di lasciare le loro case anche se sanno con certezza di vivere costantemente in una situazione d’imminente pericolo. C’è forse questo tipo di rappresentazione della realtà anche qui nel rione? Se sì, in questo caso, è un bene o un male che s’ignora il rischio? E se quest’ultimo è realmente ignorato questo vuol dire che la definizione di malavita sta cambiando?, oppure è già cambiata?, o forse è la statistica definita da Monsieur Verdoux ad avere ragione di uno stato di cose immobile ed inefficiente? E se lo Stato è immobile ed inefficiente è colpa della gente che non denuncia? Delle forze dell’ordine che non sono all’altezza della situazione? Di un laissezfaire istituzionale? Oppure di una commistione che non ha precedenti nella storia della repubblica italiana?  

Se Annalisa Durante e Genny Cesarano camminano ancora per le vie di Forcella e della Sanità a braccetto con il film-maker di turno, questo vuol dire che la morte non è più scandalosa come in passato. In “termini economici” essi sono stati descritti come eroi: gli stessi che invece dovevano essere definiti come vittime della criminalità. [+blogger]

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Massimiliano ha detto:

    Il modo più giusto per affrontare una crisi, anche così complessa come questa, è abbattere alla radice in primis l’indifferenza. Un cambiamento culturale e non turistico ha bisogno il quartiere. Ho letto l’intervista rilasciata a Repubblica del questore di Napoli che ha detto che non abbandonerà la Sanità e che il “modello sanità, non era in pericolo. Modello o non modello quello che si deve fare è una azione decisiva costante, non repressiva ma di responsabilità. Iniziare dalle piccole ma pur importanti cose: i ragazzini e i più grandi senza il casco, i sensi unici che non sono mai rispettati, la discarica Sanità, la differenziata che non è fatta per niente bene soprattutto dalla gente, ecc.

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  2. Nicola PO ha detto:

    Confermo, tutto uguale prt mr che ci abito da 50anni

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