malato di tristezza

Avevo finito il mio turno di lavoro, tornavo a casa con pochi pacchetti di sigarette, piazza Sannazzaro era stata molto gentile con me. Appena a casa, decisi di farmi una doccia e poi raggiungere la basilica di San Severo. Lì c’erano i miei amici e la parrocchia gremita di giovani. Quel giorno però non c’era nessuno, neanche don Giuseppe Rassello.

In sagrestia trovai solo Don Michele, il parroco; mi disse che buona parte dei ragazzi erano andati all’Ospedale Elena D’Aosta, assieme al vice parroco don Giuseppe. Un adolescente  che frequentava la chiesa, e che faceva il macellaio, mentre sfasciava un pezzo di carne, si era tranciato la vena femorale.  Quando arrivai all’ospedale fissa attentamente Rassello, che era seduto assieme agli altri familiare del ragazzo: sembrava di pietra, gli occhi coperti, aveva il volto di ghiaccio; lo salutai, non mi ripose, sembrava che sognasse. Quando il macellaio uscì dalla sala operatoria una calca di persone tentava di farsi strada per guardare il giovane se era vivo o morto. Per fortuna era vivo. La scena raccapricciante di un giovane attaccato al respiratore e con sacche di sangue in vena, mi fece spavento, non avevo mai visto una cosa simile. Don Giuseppe dopo aver guardato attentamente uscì fuori in cortile: era solo, e si accese una sigaretta.  

Mi guardò e mi fece quasi paura, poi disse con pacatezza, avendo sempre gli occhi puntati al cielo: “Non voglio che Ciro muoia per aver fatto un lavoro così assurdo; lavorare e non andare a scuola… che assurdità; anche se le circostanze non gli permettono di studiare, nessuno dovrebbe acconsentire che un bambino, il mio bambino, perda la sua esistenza per la povertà. È nu scuorno!”.  Rassello, qualche anno prima aveva perso un ragazzo della Sanità morto per overdose. Era un bravo ragazzo, malato solo di tristezza. [+blogger]

Il Prete della Sanità podcast  2024   

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