senza niente

Oggi siamo diventati i senza. In verità lo eravamo già, chi senza lavoro, chi senza una casa, chi senza soldi, chi senza un auto, chi senza una famiglia e chi senza un’assistenza sanitaria. Questa trasformazione “virussata”, questi impedimenti della libertà, hanno acuito un problema che ci portiamo dietro da anni. Anche la moda alimentare, per ironizzare un po’, ha le sue belle responsabilità: senza olio di palma, senza conservanti, senza ogm, senza glutine ecc; e il covid-19 ci ha resi, ancora di più, senza informazione, senza negazioni, senza scuola, senza medico di base, senza rapporti sociali, senza manifestazioni; e ancora, senza poter camminare, festeggiare, andare al cimitero, al mare, in montagna, a puttane. Naturalmente a qualcosa si può rinunciare, ma lo spazio che intercorre tra la mia libertà e quella altrui è la cosa che più mi preoccupa. Se è reato non rispettare le distanze, allora un ladro non può essere arrestato, perché se è vero che deve andare in galera, è altrettanto vero che anche un tutore della legge deve attenersi alle norme vigenti. Questo è un esempio grossolano, ma in realtà considerandolo sotto un altro punto di vista, mi preoccupa davvero. Così come mi preoccupa poter andare a trovare i miei parenti senza creare assembramenti. Adesso visto che la distanza sociale è diventata il problema e andrà tutto male se non indossiamo la mascherina, il discorso diventa molto complesso, inatteso anche per i filosofi e le teorie ortodosse. Ma il pensiero di una vita senza deve spaventare i ricchi più che poveri? Se quest’ultima affermazionie avesse effetto potremmo stare tranquilli, ma le privazioni non sono mai arrivate dal basso. È come accusare il Papa di essere comunista, se glielo avessero detto negli anni novanta, sarebbe stato scandaloso.

Vivere senza, come stiamo facendo da circa 50 giorni, deve essere una massima universale, non una semplice forma pubblicitaria. Ma bisogna approfondire meglio il discorso dei senza altrimenti rischiamo di continuare a strafottercene degli altri. Qualche settimana fa ho letto sulla pagina social di un prete della provincia di Napoli, questa riflessione (copio e incollo dalla sua bacheca): Se ci donano 6 uova, 1 Kg di farina, 1 Litro d’olio, 3 Litri di latte, un fascio di spinaci o le zucchine, non possiamo in un pomeriggio fare 60 frittelle di spinaci o la frittata di zucchine e la torta paradiso… Se ci regalano 1/2 Kg di carne macinata, 6 bottiglie di passato di pomodoro, forse dovremmo evitare di fare un sugo con il quale mangiamo un solo kg di pasta… Non si può mettere il riso del Banco alimentare nel robot da cucina “bimby”. Se abbiamo 22 finanziarie di poche decine d’euro per cose non necessarie (bimby, televisione al plasma, 10 offerte giga&messaggi e lo smartphone, scopa elettrica, etc.) se ne vanno qualcosa come 200 € al mese per debiti Credo che il vero aiuto che ora dobbiamo dare ai poveri (e forse a tutti noi…) sia un’educazione al risparmio e alla gestione domestica. Le risorse saranno sempre più limitate, purtroppo! 

Nessuno forse si meraviglia più dei giudizi degli altri, ma conosco personalmente l’autore che ha scritto questa immane fesseria, è una persona che si impegna molto per i poveri e per la gestione sacerdotale. Indipendentemente, questa diversa prospettiva (se pur analizzandola con tutte le precauzioni), è dovuto al concetto di solidarietà, che non si fa chattando e/o videochiamando. Questo è uno dei travolgimenti che ci ha sconvolti in questi mesi, che se portati alle estreme conseguenze, possono sfociare in una vita senza, che rischia di soccombere attraverso battaglie propagandistiche. Pur nella inconsapevolezza di recare ulteriori danni, forse c’è qualcosa che nelle abitudini realmente dobbiamo cambiare, ma a quale prezzo? E soprattutto chi deve realmente cambiare e se sì, cosa e perché? [+blogger]

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