scala a san potito

“Scala a san Potito” è il titolo del libro di Luigi Incornato scritto nel 1950. C’è scritto tutto quello che ho sempre letto negli occhi della gente del rione Sanità. Il libro è meraviglioso. Parla della povertà della gente, e delle sue contraddizioni, dopo la seconda guerra Mondiale. Napoli in parte è distrutta. Centinaia di Famiglie non hanno più una casa e molti di loro si trovano a vivere sulle rampe di san Potito, a tu per tu con il cielo, il vento e la pioggia campana. La povertà che ti conosce, che ti stringe, che non ha remore e colpisce sempre le stesse persone. Tutti uguali gli abitanti della scala, così come tutti uguali sono quelli che hanno occupato la 167 di Secondigliano. Molte famiglie del rione si sono trasferite, sono passate a vivere nei gulag alti 15 piani, oppure nelle vele, onore e vanto dell’architetto Francesco Di Salvo*.

Romano è vissuto per circa venti anni in un palazzo della salita Moiariello. Una rampa, questa, bellissima, dove le immagini dei colori dei vicoli si intersecano con gli spazi del panorama napoletano. Il Moiariello ha davvero mille colori, è un borgo in salita verso il paradiso. Dopo il terremoto degli anni Ottanta, Romano è costretto a trasferirsi nella zona nord di Napoli, dove vive tutt’ora. La differenza è abissale, il frastuono che i diseredati di Incoronato vivono sulla scala a San Potito, è pari a quella che vive Romano e la sua famiglia a Scampia, luogo anomico, imperfetto, senza identità e senza vita. Le vele di Secondigliano si trasformano, Napoli ad un certo punto trasferisce il suo purgatorio, e le piazze virtuali di Scampia incontrano l’inferno. La famiglia di Romano ha studiato, suo padre è insegnante, sua madre è educatrice. L’incontro con gli spacciatori sotto casa è la stessa che descrive lo scrittore quando una bambina, abitante della scala, si ammala e muore nell’ignoranza e nell’anonimato.

La fine del libro è una tragedia annunciata, una di quelle prevedibili. Romano e la sua famiglia, dopo quel trasferimento forzato, non hanno più vissuto. Le storie spezzate ormai non si contano più, la tragedia non fa più rumore. Forse non l’ha mai fatto. Qualcuno mi dice che è normale, come normalmente rispose uno degli architetti che progettò lo zen di Palermo. Quest’ultimo, che viveva in una villa con statue Settecentesche, non esitò a dichiarare, ad un giornalista, che “il progetto era bellissimo”. Anche la 167 di Secondigliano è bellissima, senza le piazze, le strade, i semafori, i negozi, e, soprattutto, senza vita. [+blogger]

*Fonte wikipedia

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Aristide Paoloni ha detto:

    Un insegnamento questo che vale per l’epoca passata dove hanno fatto scempio, costruzioni su costruzioni, mostri che scavalcavano le cupole Seicentesche e le chiese gotiche. Oggi la cultura è questa, bastano i l soldi non l’arte.

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