la cummara pinuccia

Vico Sanfelice o San Felice, confina parallelamente con diversi vicoletti della via Sanità. Uno dei più caratteristici è vico Palma. Finisce, o inizia, dipende dalla via che si percorre, con delle scale. Di fronte, perpendicolarmente c’è il vico Carlotta che sbuca direttamente alla via Cristallini. In alto la collina dei Miradois, bellissima nel suo panorama e nella sua struttura, stretta e ricurva nelle sue discese o salite, che portano direttamente al bosco di Capodimonte. Percorro spesso questa strada, a ritroso, passando, prima di arrivare a casa, per vico Palma dove la signora Pinuccia vende le sigarette. Ha una settantina di anni, è esile e bruna, i tratti di una donna che, in passato, ha avuto un fisico mozzafiato. Parla molto lentamente e quando mi fermo mi racconta sempre della mia famiglia. Ha conosciuto mia mamma e mio padre, i miei zii e tutti i miei parenti. Le chiedo un pacchetto di sigarette e mi dice che, se voglio, posso prenderle anche sfuse. La commara Pinuccia, così la chiamano ancora alcuni abitanti del rione, mi inviata ad entrare. Scendo i due gradini che dividono la sua casa dal basolato, nella camera mi colpisce la quantità di foto che ha sulla sua scrivania. Mi mostra quella di Nino suo figlio. Te lo ricordi? Si è fatto grande, spesso non torna a casa e questo mi addolora. Nino non è mai voluto andare a scuola, l’ha fatto filone per anni, senza che io lo sapessi. Poi ha incominciato a vedere e la sua vita si è svolta prevalentemente per strada. E’ un bravo ragazzo. Mentre sto per andare via arriva Nino con una busta d’immondizia, dentro alcune stecche di sigarette. Mi invita a rimanere ancora per un po’. Senza guardarmi, mentre controlla le marche e la quantità che ha comprato.

Decidiamo di fumarci una sigaretta e aspettare che il caffè salga. I sigarettari a Napoli sono stati un esercito, piccoli venditori che sia per la strada sia in casa che per mare hanno strutturato una economia sommersa, circuiti di lavoro che hanno permesso nell’irregolarità una socialità altra, un lavoro altro, attraverso l’invisibile trasformazione delle storia. E così che la cummara Pinuccia ricorda alcuni amici sigarettari. Rivolgendosi al figlio, guardandolo fisso negli occhi dice che Matilde (una sua cara amica), che assieme al fratello disabile ha vissuto in una casa in subaffitto, grazie a questo tipo di lavoro nero ha portato la baracca avanti. Il fratello ha le mosse epilettiche e non sono esistite strutture per accoglierlo, in passato anche per curarlo e ci volevano molti soldi per aiutarlo. Matilde qualche volta è andata anche a prenderle le sigarette, parlo delle cassette di 50 o 100 stecche. Era pericoloso, ma la donna non poteva permettersi di non pagare la casa, di non mangiare e di non curare soprattutto il fratello. Anche per questo non si è mai voluta sposare. La discussione va avanti ricordando anche chi invece ha sfruttato questo tipo di contrabbando per diventare un boss e farsi rispettare in modo criminale. Nino e sua madre sono consapevoli di questo ma la loro e quella di Matilde e del fratello, è un’altra storia, bella o brutta che sia ha avuto un seguito per la loro vita e per la loro dignità. Nino mi ricorda che è cresciuto con il prete ribelle, che non ha mai superato ciò che lui ritiene “un limite pericoloso”. L’educazione che ha ricevuto, anche se il padre è venuto a mancare presto nella sua vita, è distinta rispetto a quella di un contrabbandiere o di un camorrista.

La cummara Pinuccia dopo il caffè e le sigarette che son già diventate cinque, fumate da ognuno di noi, conferma quello che conosco in parte. “C’è una bella differenza tra chi vende la droga e chi vende le sigarette. Eppure nonostante tutto spesso siamo stati associati a degli spacciatori privi di ogni scrupoli e di sentimenti. Eppure la storia di Concetta, la contrabbandiera più famosa di Napoli, la donna che per non farsi arrestare ha fatto circa 20 figli, è stata così ben rappresentata e filmata che oggi sembra quasi patrimonio dell’umanità. Non voglio difendere, per forza di cose, chi va contro la legge, ma c’è reato e reato. C’è chi ruba per fame e chi ruba per disprezzo, per cattiveria, per fare del male. Uno dei mali peggiori di quest’epoca, ma forse di sempre, è la precarietà dell’esistenza, la bassezza di credere che dietro ogni economia ci sia del vero o degli assiomi inconfutabili. Invece appunto c’è il disprezzo, altrimenti la vita non potrebbe essere così differente, non è possibile che ci siano persone che vivono totalmente all’opposto di altre, totalmente distanti, legittimati solo da un principio inventato e irrinunciabile”.

Alla fine decido di comprare un altro pacchetto di sigarette. Saluto commara Pinuccia e il figlio e ritorno a casa con la consapevolezza che queste parole non le comprenderanno mai… e forse non le ho comprese neanche io. [+blogger]

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