“il mio cadavere” e “il muratore della sanità”.

Premesso che scrivo una parziale recensione, frutto solo della mia sensazione che scaturisce da una visione incompleta. Commento le due opere intersecando i personaggi e le storie raccontate.

Il soggetto di entrambe le opere è pressappoco uguale: distico ricchezza/povertà e nobiltà/plebei. Il romanzo “Il mio cadavere” è molto più articolato, con riferimenti storici, politici e materialistici/spirituali. I personaggi sono più numerosi e le situazioni molto meno prevedibili, rispetto a “Il muratore della Sanità”. La morte, così come la vita, hanno un comune denominatore. La religione anche. (Non ho fatto nessuna scoperta sensazionale, e credo che non le farò).    

Mi concentro, per adesso, sui personaggi nobili. Il Baronetto Edmondo e il Barone di Cupaverde. Il secondo afferma più volte “beato i poveri”. Il finale del libro de “il muratore della Sanità” è una specie di confessione/preghiera su quanto i ricchi/nobili siano incapaci di vivere. Questo concetto è ben spiegato nella vita di Daniele il figlioccio dello stradiere, che pur nobile non è. La voglia sconsiderata di ricchezza lo farà impazzire. Cosi come sono folli gli altri due personaggi di cui sopra. Analizzo questa follia. Il baronetto è potente e ne fa di tutti i colori, tanto che è costretto a scappare perché lo vogliono punire. Anche il Barone di Cupaverde inviata molti signori e uomini importanti ad un banchetto e alla fine non si presenta, con grande stupore e indignazione degl’ospiti. Quest’ultimo è decisamente più buono di Edmondo, ma colpito anche lui da una grave forma di depressione. Insomma, la ricchezza è privazione. La stessa privazione che vivono i poveri? (non lo so, non mi sembra). Materiale, non di sicuro, forse psicologica, ma in modo differente. Azzardo una argomentazione. La ricchezza come consistenza dell’effimero e della follia. Infatti a pagina 9 del secondo romanzo c’è scritto: Quelli che non conoscono la miseria non si possono formare un concetto delle strane ed essenziali modificazioni che genera nei miserabili la vista dell’oro.

Nella concezione spirituale, il ricco che è spesso credente, si sente in debito verso il Signore. Non potendo estirpar dolori né patimenti materiali, ripaga questa crisi con la demenza dell’anima. Come se l’autore ci volesse far credere che i possidenti scontano un peccato originale. Una delle cose più belle della vita è l’amore, quello pensato, quello psicologico e, in fine, quello del corpo. I nobili non interpretano liberamente l’amore, ma solo attraverso l’oblio della confusione. Anche il muratore della Sanità è confuso, ma questa confusione è ben determinata. Egli sa perché sta male. Il barone e il baronetto non sanno affatto il perché; e se pure il Cupaverde lo intuisce, non fa niente per migliorare la sua esistenza se non attraverso l’unica forma che gli è data possibile: la beneficenza. Ma non basta alla sua esistenza. Il Baronetto Edmundo, solo prima di morire, confida a se stesso il suo amore per i figli. La sua vita, dopo la sua giovinezza spregiudicata, è in crisi per il “suo cadavere”. E lo sarà fino alla sua stravagante macabra testimonianza. Come gli scienziati dell’epoca o i filosofi, normalizzano la morte. Crea una nuova fenomenologia dell’estinzione. La paura e la ragione si sdoppiano in una costante “conoscenza del defunto”. La morte come un “fatto sociale”, e non individuale. Con il testamento riesce nell’operazione di sconfiggere in parte la morte. Il barone di Cupaverde, fa la stesse cosa con la bontà che in fine non gli appartiene. Infondo compra Arlecchino e fa rapire il figlio più piccolo del muratore. [+blogger]

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