Francesco Ruotolo, prese il treno e venne a casa mia. Era il 30 dicembre del 2018. Aveva una borsa grande e, quando arrivò, disse che doveva vestirsi da babbo natale. Aveva portato regali ai mie due figli. Uscì dalla stanza con il cappello e un sacco sulle spalle. Nel sacco c’erano: un cagnolino di peluche che respirava davvero; una trottola luccicante e in fine caramelle e dolci. I mie figli erano estasiati. Alla fine cenammo tutti assieme.
Francesco si ostinava a fare il politico. Spesso discutevamo perché gli dicevo che il ruolo del politico non era cosa sua. Non avevo mai conosciuto una persona così attaccata al senso del pubblico. L’uso del senso civico in Francesco era viscerale. L’insistenza del “plurale” era spesso fonte d’irritazioni per gli altri. L’immensa stima che aveva delle Istituzioni era pari solo alla sua permalosità (Sì, perché Francesco era molto permaloso). Una volta mentre eravamo in vespa e giravamo per il rione Sanità, mi disse: “Credo fermamente nel comunismo”. Gli feci una domanda: “Perché ti sei sposato, credi anche nel matrimonio?”. Mi disse: “Non solo ci credo, ma credo anche che sia indissolubile”. Ieri avrebbe compiuto Ottant’anni. Auguri. [+blogger]
