i pantalonai

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Una delle più care amiche di Rosa faceva la cazunara nel vico Carrette. Ciò che mia madre non aveva trovato nella famiglia d’origine l’aveva trovato, invece, nel lavoro. Si chiamava Rosaria, e abitava a cinquanta metri dal civico 46 di via dei Cristallini. Fu lei a introdurla nel quartiere e a farglielo conoscere: vicoli, strade, piazze. Si davano appuntamento, dopo il lavoro, alla fine del vico Centogradi, sovrastato da una muraglia tufacea. Incastonate nel muro fino a un’altezza di circa 40 metri, centinaia di finestre, piccoli balconi, pertugi, buchi, scrostature, irregolarità delle abitazioni che davano forma alla particolarissima collina dei Miradois.

Tra vico Tronari, vico Carrette, via Cristallini e fino alla via Vergini, una miriade di piccole e minuscole botteghe affollavano le strade. La prima volta che s’incontrarono, Rosaria fece fare a Rosa un “giro turistico”: «Vedi, qui c’è la fabbrica di fuochi d’artificio. È molto grande, ci lavorano diverse persone. Sulle scale dei Cristallini c’è un carbonaio. Più distante, un nichelatore. Lì c’è la mia famiglia. E in questo vicolo qui c’è un uomo che lavora il ferro e il bronzo. In quella casa c’è una donna con ben undici figli. Tutti lavorano le scarpe e la pelle. Ci sono gli scatolai, quelli che fanno i giubbini di pelle e le cinture. Poi c’è un’altra famiglia, all’inizio del vicolo – noi li chiamiamo ’e ’ntufati – che da generazioni estraggono il tufo da sottoterra». Poi, indicando un “basso” piene di bombole del gas, «quello è don Gennaro il bombolaro. Don Mario all’angolo, invece, vende detersivi, ed è il figlio del poeta Chiurazzi. Questa è una cantina: nel rione ce ne sono diverse, vendono il vino sfuso, a bicchieri e a litri».

Indicando una donna molto grassa con un mantello rosso fuoco poggiato sulla spalla sinistra, aggiunse: «La vedi quella donna? Vende le sigarette, ma non di contrabbando. Le compra dal tabaccaio e le rivende sfuse. Visto che il tabaccaio è lontano, nel palazzo molti comprano da lei le sigarette per qualche lira in più. Fa la stessa cosa con il caffè e lo zucchero. Compra un chilo e lo divide in pacchetti di 50 e 100 grammi. Lei stessa fa le confezioni, anche noi le compriamo per aiutarla. Se puoi una mattina, invece, ti faccio bere latte fresco appena munto. Devi portarti un bicchiere. Dalla collina scende un uomo con diverse capre. Se ti va di berlo, munge le capre davanti a te. Qui per strada puoi comprare il panino con la ricotta, il brodo di polipo e le castagne lesse con le foglie di alloro».

Si fermò sotto la sua abitazione. Mentre salutava diverse persone del vicinato, le disse ancora: «Adesso, però, vorrei parlarti del mio lavoro». Rosa poteva immaginare cosa facesse una pantalonaia. Le disse subito che faceva forse il suo stesso lavoro, ossia cucire per creare un capo d’abbigliamento. «Ti sbagli», replicò Rosaria. «Fosse solo questo, sarebbe un lavoro da sarta. Il mio non è proprio un lavoro normale. A noi ci conoscono come ’e cazunari, perché mio nonno compra pantaloni usati. Pantaloni che devono essere rattoppati. In primavera e in estate, i pantaloni lunghi vengono trasformati in pantaloncini. Viene sprecato molto tessuto. Allora mio padre e mio nonno decisero che con quel tessuto si poteva fare altro. Così abbiamo iniziato a fare delle borse. Dalle borse è nata l’idea di recuperare tutto: colletti di camicie; maniche di giacche e di mantelli; risvolti dei pantaloni; bottoni, cinture, calze, juta. Ogni tessuto è buono per fare qualche altra cosa. Alla fine il nostro è un lavoro che non tiene nome, non si chiama, perché noi reinventiamo ogni cosa, non buttiamo nulla. Un giorno facciamo le camicie, un altro le borse, le cinture, i pantaloni, i sandali, gli zaini, perfino le collane e i braccialetti. Questo è un lavoro ecologico. Un lavoro utile. Devi sapere usare bene le forbici e la macchina per cucire. Per il resto devi solo riciclare». Era un lavoro senza nome, un lavoro universale; un lavoro senza identità era un lavoro plurale, che chiunque poteva svolgere.

Poi le mostrò la borsa, fatta esternamente di materiale plastico e di filo. All’interno c’era una parte di tessuto militare. Le spiegò che era stata fatta usando una camicia. La parte visibile era stata invece ricavata da un vecchio tappeto che si usava sotto i mobili da cucina. «Taglio in due la camicia, un pezzo più grande, un altro più piccolo. Mi aiuto con delle sagome di cartone spesso, che ho misurato precedentemente. Le sagome sono di diversa misura. Faccio una borsa piccola e una borsa più grande quando il tessuto lo permette». Mentre parlava le mostrava accuratamente le parti unite. La parte più sana del tessuto veniva recuperata e tagliata.

«Quando ho finito di fare le quattro estremità, ricavo le strisce di tessuto che servono per avvolgere e creare la profondità. Il tappeto da cucina che ho usato, in parte, era inutilizzabile. Il restante mi è servito per fare la stessa identica cosa che ho fatto con la camicia. La striscia va inserita e cucita, cosicché tutte le parti vengono unite. In questo caso la borsa ha due facce. Quella interna e quella esterna. In più mi servono sei lembi di misura diversa. Questi vanno cuciti all’interno per formare e compattare la borsa. Se una camicia ha le tasche, queste vengono riutilizzate e hanno la stessa identica utilità. Possono essere messe sia all’interno che all’esterno. Con una cintura militare ricavo il manico o le bretelle, se per caso vuoi usarla come zainetto. Cucito il tutto, creo dei fori per introdurci le fibre di iuta che ricavo dai sacchi di caffè vuoti. Di questi sacchi, giù al porto, ne buttano a centinaia. Anche con questi faccio borse più gradi e molto eleganti. In questo caso, con vecchie lenzuola, l’interno è una meraviglia. A volte mi diverto a creare zaini di un doppio colore. Utilizzo i lacci delle scarpe usate. Decorano magnificamente le bordature. Il colore nero o marrone dei lacci ha un bell’effetto sul filo giallognolo”.

Mentre discutevano, giunsero insieme fino a via dei Serbatoi allo Scudillo. Era una via stretta e lunga. Nel tratto iniziale vi s’incontravano diversi palazzi. Più avanti, vecchi archi di tufo legavano tanti muri scrostati. Subito dopo, una grande distesa di terra faceva da contrasto: il quartiere in quel punto era enormemente differente. Un posto incantato, ricoperto da una fitta vegetazione spontanea. Vi s’incontravano soltanto una vecchia fonderia, e dei pastori che facevano pascolare le capre e le mucche. Rosa non poteva credere ai suoi occhi. Quella strada non somigliava alle altre. La luce risplendeva come il panorama di una cartolina. Era un luogo ameno. Incantato.

La percorsero tutta. Tornarono indietro. Ridiscendendo la strada Rosa disse: «Qui si respira meglio». Rosaria aveva letto da qualche parte che il quartiere si chiamava Sanità per la salubrità del luogo. Ma aveva anche saputo che non tutti erano d’accordo, visto che in un lontano passato era un luogo umido e paludoso. Comunque la passeggiata era stato un modo per conoscersi meglio. Le due artigiane avevano avuto modo di parlare e di apprendere ognuna i segreti dell’altra. Era sera quando rientrarono. Furono accolte quasi alla stesso modo. Angelina mostrò cataste di guanti, che dovevano essere pronti per il giorno seguente. Rosaria seppe dalla mamma che il nonno aveva vinto una gara pubblica e che un camion intero – l’indomani – doveva scaricare vestiti e soprattutto pantaloni militari. Ci vollero mesi prima di rincontrarsi e di tornare a discutere così come avevano fatto.

Il giorno dopo cucirono entrambe. Rosa con precisione, senza sbagliare angolatura e verso. La doppia cucitura era più difficile, poiché la fodera e il guanto di pelle dovevano combaciare alla perfezione. Non c’era possibilità di fare in altro modo. Le regole della maestra erano inviolabili. Più si faceva attenzione, seguendo le istruzioni, più il prodotto finito riusciva a regola d’arte.
Rosaria invece, doveva tagliare ed inventare. A lei la scelta di creare dell’altro. Scegliere di riusare tutto cercando di capire in che modo inserire bottoni, fettucce, nastro, cordoni, lacci, lembi, cerniere. [Capitolo tratto dal libro “Memorie di una Famiglia di Guantai” di Antonio Caiafa – edizione Dante&Descartes 2023]

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