dal pilastro alla sanità

Rigenerare le periferie. Questo il motto degli ultimi anni. E anche il Pilastro non ha fatto eccezione. Nulla di male nelle intenzioni e nemmeno in molte delle azioni che ne sono conseguite. Lungi da me sottovalutare la tinteggiatura dei muri scrostati dei palazzi popolari o l’asfaltatura delle strade piene di buche, ma le premesse/promesse intrinseche nella parola “rigenerazione”, bisogna ammetterlo, comprenderebbero molto altro. Rigenerare una periferia non dovrebbe limitarsi a un progetto di riqualificazione urbana, ma dovrebbe essere un processo di “emancipazione” degli abitanti.

“Identificare e rispondere ai bisogni delle persone del Pilastro”……..chi ha analizzato i bisogni?   Il “nostro processo inverso” è stato questo: partire dalle risposte che si era in grado di dare e risalire ai bisogni che con esse si potevano soddisfare.

Secondo questa logica, per esempio, si è “privilegiata” la fascia di popolazione anziana, non per priorità o per complessità di bisogni, ma semplicemente perché  per essa si avevano a disposizione risorse, associazioni, cooperative, bandi. Per i giovani disoccupati, nulla.  Si potrebbe obiettare che è meglio risolvere i problemi di qualcuno piuttosto che quelli di nessuno, e in fondo è vero, ma non ci si può nascondere dietro questa giustificazione per non tentare di andare oltre. Se no il sospetto che i progetti servano solo per soddisfare i bisogni delle associazioni o cooperative e non della popolazione, prende concretezza.

Ma l’emancipazione è una conquista e non un’elargizione”.

In questi progetti di “rigenerazione”, chi ritiene di trovarsi in “posizione di superiorità” (cioè di detenere un potere di qualsiasi natura esso sia) ritiene di poter salvare gli “umili” (che potere non ne hanno) dispensando loro una promessa di riscatto. Elargendo fittizie vie d’uscita, che solo pochissimi sono messi in condizioni di poter sfruttare, si lascia agli altri la responsabilità del proprio insuccesso, motivandolo con una scarsa forza di volontà e d’impegno.  Li si lascia cioè, colpevoli della propria condizione.  E si elargisce loro solo frustrazione, delusione, mortificazione. Sopraffazione. Ma chi si trova in una situazione di disagio, di povertà, di emarginazione, di “oppressione”, potrebbe emanciparsi da solo?  Se non si hanno forze, risorse, conoscenze, opportunità?

“Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo, gli uomini si liberano in comunità”. In Comunità, chissà, domani forse… [lorenza zullo – dal quartiere Pilastro di Bologna]

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I quartieri poveri si assomigliano e la povertà accomuna palazzo Sanfelice del rione Sanità al “virgolone” del quartiere Pilastro di Bologna. Un architetto può rimanerci sul colpo… ma n’a cosa so ‘e prete nata cosa so a gente. [+blogger] 

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