le risorse del rione

Quando un “benefattore” arriva nel rione e sconvolge la routine e le abitudini della gente, rivoluziona un modo di fare e di amministrare, trasforma le risorse in opportunità e ricicla la storia e l’arte, tanto da essere additato come un angelo caduto dal cielo, qualcosa di vero deve pur esserci nel nome di una verità che sembra aver lasciato il quartiere da tanti anni. Giustizia è fatta verso questa povera gente che si sente persa e senza vita, con un futuro tetro e pieno di imprevedibilità.

In un vicolo umido e stretto abita una famiglia composta da tre persone: lui imbianchino precario, lei disoccupata; hanno una figlia di 23 anni che da poco si è laureata in lettere. La ragazza deve ringraziare i suoi genitori per i sacrifici sostenuti e per il conseguimento della sua laurea. (Anche i miei genitori, operaio e casalinga, mi hanno permesso di laurearmi). Se non fosse stato così, e se la ragazza non avesse avuto la possibilità di studiare, si sarebbe dovuta rivolgere ad altri; se questo fosse successo per davvero, e se si fosse comunque laureata senza l’aiuto familiare, è altrettanto normale che i ringraziamenti sarebbero andati ad altri e non ai suoi genitori.

Questa doppia “morale” è sintomatica di quello che, in qualche modo, riguarda questo rione. Se si continua ad invocare un salvatore o l’angelo caduto dal cielo, il ruolo svolto dalla famiglia diventa marginale. Ma il ruolo della famiglia è fondamentale, da esse prescinde l’educazione, la formazione, i valori, le abitudini. Nel quartiere non sono solo io, o la ragazza di cui sopra, ad essersi laureato. Molti della mia età, nonostante avessero i genitori non ricchi, hanno comunque conseguito un diploma. La mia storia è prima di tutto la storia della mia famiglia, di un luogo, di un lavoro, di un’arte. Questo luogo è sempre stato a conduzione familiare, il lavoro viene svolto in casa, nella piccole fabbriche, nei bassi (dove molti parenti lavoravano assieme), nei sotterranei.

La storia orale dei guantai, così come quella dei sarti, dei calzolai, dei pantalonai e dei cappellai (mettiamoci pure i sigarettari e i sanzari), è storia di lavoratori che hanno contribuito, come nel caso dei pellettieri/guantai, alla nascita di un piccolo distretto industriale. In passato non c’era vicolo né via né piazza dove non ci fosse una famiglia che lavorava in proprio o alle dipendenze di un maestro artigiano; o che fosse in una abitazione, o per strada, o come ambulante, in qualche modo si creava e si produceva. E’ altrettanto emblematico che i guantai napoletani erano, e sono ancora, considerati i più bravi artigiani del mondo. Si organizza il lavoro: non è l’arte d’arrangiarsi, ma una vera e propria programmazione a conduzione familiare. Pianificare non è (e non era), sicuramente facile, ma intorno al ruolo della famiglia ha girato, e continua a girare tutt’ora, il fulcro della gestione economica in qualsiasi modo essa prodotta. Nessuno per ora può sostituirla.

Se a tutto ciò non riconosciamo la giusta connotazione, se non riconosciamo la storia di questo rione (di Napoli …), solo perché hanno convissuto, e convivono tutt’ora, anche famiglie camorriste e criminali, il ruolo svolto dai lavoratori, dagli operai e dai piccoli commercianti, non avrà più senso né dignità di cronaca. La vallata Sanità, nel suo isolamento cittadino, ha attraversato la storia del XX secolo nell’incertezza; e sta attraversando, sempre nell’incertezza del lavoro, anche questo periodo. Non è soltanto il lavoro a fare la differenza, la differenza per ora l’ha fatta solo la società. [+blogger]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Luigi M. ha detto:

    Condivido ed invito a leggere la lucida analisi dell’amico Antonio Caiafa
    E’ una interessante riflessione-testimonianza alternativa (o complementare) alle più recenti narrazioni del Rione.

    "Mi piace"

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