resistenze

Ho voglia di parlare delle lavoratrice e dei lavoratori napoletani, ma in che modo? Certo non faccio “bella figura” se scrivo degli operai italiani o della manovalanza femminile. Sto cercando qualcosa di buono da dire, ma cosa? Sì, forse qualcosa di buono stanno facendo i lavoratori: si stanno estinguendo e, di proposito, stanno distruggendo il lavoro. Ma non sono i soli.

Il lavoro non regge più le teorie economiche, così come le donne non reggono più di essere declassificate. Per gli uomini, invece, c’è un triste primato: muoiono senza giusta causa. Se per caso dovessero restare solo le lavoratrici, questo non significherebbe che sono disposte a tutto. Le donne sanno che il lavoro non libera nessuno e che nessuno si libera da solo. E con questo? Le lavoratrici sono state estromesse dal lavoro… e un pensiero m’assale, menomale! Il lavoro in passato ha sperato di reggere l’umanità, anche se ha retto solo la sua trivialità.

Durante l’epidemia di Covid a sbraitare erano gli imprenditori che minacciavano licenziamenti e serrate. I più ricchi di Napoli parlavano di imminente povertà mentre beccavano i contributi statali, alla fine licenziavano senza preavviso. Così l’aumento dei salari, vero caso letterario da studiare attraverso encicliche, patisce l’incesto e nei casi più controversi, la scomunica. Il lavoro, così come è stato concepito, è la rovina dell’umanità, e in Italia siamo più rovinati rispetto agli altri paesi europei. Il principio che il datore di lavoro si carica sulle spalle l’azienda è naufragato. Questo principio, purtroppo, è stato “scolpito” nella testa dei lavoratori. Nel tempo è nata l’incertezza dei più poveri. Questa incertezza ha rateizzato l’esistenza, e per dirla con le parole di un altro studioso: ha “rinviato la vita”.

Ma che cosa succede con il rinvio dell’esistenza? Permettetemi una digressione calcistica. Se un ragazzo di vent’anni, che fa divertire quando dribbla, scatta, supera e segna; e sempre divertendosi guadagna l’equivalente di duemila anni di salari in un solo mese di allenamenti, posso immaginare che quegli “sforzi” sono parte della ricchezza. Ma la ricchezza, così come gli sforzi, ha  bisogno di un equivalente che, in questi casi, non c’è. Giocare è l’antitesi del lavoro e ancora di più dei lavoratori.

Il cortocircuito è nato dalla trivialità che paragona singolarmente la ricchezza. La ricchezza è un termine plurale, si discosta dall’unità. Per farlo funzionare singolarmente ha bisogno di un mito. Nel calcio più miti si sovrappongono creando l’incertezza della scelta. Così come le religioni, non si sa per certo quale sia quella giusta, i lavoratori di entrambi i sessi si trovano di fronte a un bivio: rinviare la propria esistenza o creare un mito che si sovrapponga agli altri. In questi casi, come nei tempi passati, la “morte di Dio” è stata palese; oggi invece la morte del lavoro (succederà la stessa cosa per il calcio), è la reazione naturale alla scelta degli imprenditori che non assicurano certezza. E se “la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi”, questo non significa che hanno sconfitto le speranze dei precari. Le resistenze umane sono molto più antiche delle teorie finanziarie. [+blogger]      

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