un guantaio napoletano

Un tempo il rione era ricco di artigiani, tutti amavano il proprio lavoro, quello che facevano era condiviso soprattutto con la propria famiglia. Generazioni di uomini e donne trasformavano, tagliavano, misuravano, pesavano, lucidavano, lavavano, cucivano, ricamavano e modellavano ad opera d’arte. Gli artigiani che però superavano tutti, tanto da essere considerati i più bravi del mondo, erano i guantai napoletani. Ne avevo conosciuti moltissimi durante le riprese del film “Mani di Pelle” e, soprattutto, durante la mia tesi di laurea in sociologia.

Uno di questi però, un imprenditore, mi è rimasto nel cuore. La sua passione (passione familiare che durava – e dura ancora – da 4 generazioni), era così notevole che per molti periodi dell’anno ospitava gente gratis nella sua casa/lavoro – alla via Stella – per spiegare loro le numerosi fasi le della costruzione del guanto. Un vero tour che iniziava in una delle stanze, dove si tagliavano i guanti, e finiva nella sala prima dell’ingresso, dove quest’ultimi venivano imbustati e impacchettati. Mauro parlava della sua famiglia (i nonni, il padre, e il figlio), e del suo lavoro, in un modo così delizioso e seducente che riusciva ad attrarre anche i più scettici visitatori. Parlava sempre con il sorriso, ti coinvolgeva a tal punto che non si poteva fare a meno di fantasticare subito dopo aver finito l’escursione.

“I miei nonni ricamavano a mano”: ti mostrava i guanti, di inizio Novecento, lunghi venti centimetri, che custodiva gelosamente in diversi cassetti; poi mostrava i suoi (cioè quelli che lui e i suoi artigiani producevano), e li paragonava con altri campioni che aveva sempre sulla scrivania, in particolare guanti cinesi. Anche il più profano avrebbe capito la differenza qualitativa. Mauro diceva sempre: “toccali, il tatto ti spiega già tutto”. “Odora, e scoprirai che non bastano venti lavoratori differenti per realizzare un guanto”. “Con le mani noi produciamo arte, che non può essere spiegata se non la guardi, se non la senti, se non la percepisci fisicamente”.

Per Mauro il mestiere era vero amore, che gli era stato trasmesso dal padre, che a sua volta l’aveva ricevuto dal suo… In questa trasmissione d’eredità c’erano i ricordi di un insegnamento, di una passione reciproca: fatta di frasi in italiano, in francese e anche in inglese, per discutere con gli acquirenti; fatta di movimenti e di movenze per allungare la pelle; fatta di posizioni e di posture, per stirare e apparecchiare; fatta di attenzione e di intelligenza per cucire e ricamare. Un mestiere che ricordava. Un ricordo che si trasmetteva. Una trasmissione che non finiva perché rinasceva, perché viveva, perché univa, perché non moriva mai. [+blogger]

 

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