padre giuseppe rassello e la massoneria

Avevo quattordici anni quando padre Giuseppe Rassello parlava con me, Alessandro, Vittorio, Lucia, Nando, Antonella, Antonio, Gennaro, Tina… della massoneria italiana. Non avevo mai sentito questo termine che, all’inizio, confusi con una pietra gigante, grossa quanto tutto il rione Sanità. Lui si ostinava a parlare anche della pericolosità di alcuni partiti politici. Continuavo a capire male, ma credo che non ero il solo a confondere quegli argomenti.

Una sera padre Giuseppe ci disse se volevamo andare a casa di Tina a vedere un film in videocassetta. Tina era l’unica che aveva un videoregistratore. Ricordo che ci disse pure che dovevamo vederlo presto perché l’aveva affittato e mancavano solo tre giorni alla riconsegna. Accettammo in molti. Era il film di Giuseppe Ferrara “Il caso Moro”. Mentre lo vedevamo il prete continuava a fare brevi commenti sulla eccezionale bravura e somiglianza a Moro dell’attore Gian Maria Volonté. Faceva commenti sulla fiction e su come era stata interpretata; e nei momenti di massima suspense spiegava perché chi poteva aiutare Aldo Moro non lo faceva.

A me, a dire il vero, padre Giuseppe non era molto simpatico, anche se gli volevo bene. Non mi piaceva tanto il prete, ma quando andavo a messa la domenica le sue omelie erano straordinarie. Ti entravano diritte nel cuore, ti parlavano dentro, e non erano predicozzi o richiami al Vangelo, erano parole di vita, erano trattati politici, erano teorie economiche, era la teologia, che una volta si definiva, di liberazione.

Nel rione, in quegli anni, vigeva l’indifferenza strisciante della classe politica, “poltronari” che pagavano luce e gas in cambio di voti. In quegli anni vigeva la legge della paura, della stigmatizzazione generale e della disinformazione che abbatteva soprattutto i poveri e gli ingenui. Regnava l’eroina e i drogati: i visitors camminavano per Santa Maria Antesaecula, per la Sanità, per i Cristallini. Regnavano gli operai con la testa bassa, le famiglie internate nei container, regnava il silenzio afflittivo che veniva scambiato per connivenza, per sopruso, per mancanza di civiltà.

In questo vortice girava padre Giuseppe Rassello, girava con gli altri, con gli ultimi, con la feccia della società reclusa e con chi non conosceva la definizione di massoneria. Girava così tanto con i drogati che sembrava lui stesso un visitors. Vestiva come una specie di punk della Sanità, sempre con i jeans, scarpette da ginnastica, occhiali, mai con la tonaca e il colletto bianco. Questo prete anarchico per quegli anni, parlava alla gente del rione indicandoli uno per uno, li considerava come George Orwell considerava i reclusi nel libro “1984”. Sapeva che potevano liberarsi da un momento all’altro, ma che una P2 era sempre pronta ad infliggere punizioni esemplari. “Non metterti contro chi vende il fumo, è pericoloso, potrebbe succederti qualcosa di spiacevole”. E qualcosa di veramente spiacevole successe: il prete condannato a tre anni di carcere, sospeso dalla Curia di Napoli, ed etichettato per tutta la sua vita.

Ma perché si ostinava a parlare di massoneria, di malaffare politico (che nel rione, in quegli anni, c’era ed era evidentissimo nell’indifferenza generale),  con quella gentaglia? Perché parlava con me e gli altri giovanissimi del quartiere, noi che non capivamo un cazzo di quello che diceva? Strano e misterioso. Non si poteva parlare alla gente così come faceva il prete, il Vangelo era una cosa, la politica era altra cosa ancora; differente invece era la commistione tra gli uomini istituzionali e la criminalità organizzata. Proprio negli anni in cui padre Giuseppe Rassello era prima viceparroco alla Basilica di San Severo, poi parroco alla Basilica di s. M. dell Sanità, il malaffare si confondeva tanto da plasmarsi superiore ad ogni sospetto, ma che per discolparsi, indicava sempre un colpevole o un connivente. Noi del rione, per colpa di poche famiglie, eravamo bersagliati!

In gergo le sentenze vanno rispettate, non so se sia vero, non so se il prete aveva commesso quel crimine, ma sta di fatto che a me non aveva mai toccato il pisello, anche quando avevo dormito da solo con lui nella sua casa a Procida. [+blogger]

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