l’anarchia del rione scritta da un prete

“L’elogio dell’illusione” è un capitolo del libro scritto da Giuseppe Rassello dal titolo, “San Severo Fuori le Mura”, Napoli 1985. Siamo negli anni forse più critici di Napoli e soprattutto del rione Sanità. Gli anni critici dei drogati e dei venditori di sigarette; gli anni critici di chi spacciava al dettaglio l’hashish o la marijuana senza conoscerne le conseguenze. Spesso i venditori erano i primi fruitori di droghe; spesso erano le prime vittime. Erano gli anni del dopo terremoto, gli anni della 167 di Secondigliano, dove molte famiglie del rione si trasferirono; gli anni dei container su campo del san Gennaro, gli anni delle truffe gigantesche e dell’inaffidabilità quasi totale della politica. In questo calderone giravano le anime “pezzente” degli abitanti del rione in conflitto tra loro. Un porta zerbino qualunque, di un qualunque misero politicotto del luogo, taglieggiava promesse ai diversamente abili: la pensione in cambio di tutti gli arretrati. Oppure in cambio di una falsa promessa di lavoro, miserevole riprova di una mancanza totale delle istituzioni. La guerra dei poveri era solo all’inizio, così la macchina dell’ignominia finì per colpire tutti, senza distinzione né ritegno. Fu in questo scenario che Padre Giuseppe scrisse il libro, indignando conservatori e progressisti, buoni e cattivi. Terra di confine, il quartiere, mancanza di senso civico e d’ignoranza preventiva, ecco che un prete, con una cultura fuori dal comune, scriveva:

In-ludere, ovvero giocare contro. Oppure all’Inevitabile, l’Imprevedibile… (le maiuscole erano ben accentuate). Farsi gioco dei fatalisti, come dei realisti, e formulare questo Simbolo: Dio è la Libertà assoluta. Egli è l’Imprevedibile.  […] Dalla Sanità ho imparato ad in-ludere. Ho appreso la parola ed il gesto che sbroglia le più angosciose situazioni, crea nuovi spazi d’intesa, smitizza gli dei fatti di cartone e di paura, distrugge con la forza del Silenzio la fatale trappola dei sillogismi borghesi…

Continuando a parlare della gente del rione, il libro lo dedicò a Franco, morto di overdose:

L’accademia di questa gente è la strada, teatro e cantiere d’esperienza e sensazioni. Maschere vive di sovrumana bellezza, dove, ad ogni battito del tuo cuore, risponde un’eco dell’altro. E se ti sfugge lo sguardo, è solo per condurti dentro i meandri di un’altra anima, che scoprirai colta, e sapiente, e viva.

Rassello parlava dell’anarchia del rione e con essa, delle tremende accuse rivolte. Dell’anarchia di Dio, che aveva imparato a conoscere grazie a “Franco”:

Occhi capaci di dirti, con tutta sincerità, che quanto vai costruendo può repentinamente cadere, e quando sta cadendo può rinascere tra le tue mani. […] “Illusione, dolce chimera sei tu!” Chi sa che da queste mura, off-limits, della “civiltà” non nasca la Rivoluzione e la Storia. […] Utopia. Dicono tutti: ciò che succede qui, non succede in nessun posto. In breve, Sanità è utopia. Noi della Sanità (posso dirlo alla fine di questo libro), ci rifiuteremo sempre di essere analizzati, “capiti”, spiegati, “aiutati”, colonizzati.

Sapeva benissimo cosa stava succedendo e perché i numerosissimi ragazzi del rione, che frequentava in parrocchia, erano quasi sempre arrabbiati. Aveva intuito benissimo il distacco della storia e della dignità, che aveva affossato un popolo, soggiogandolo, rimettendolo al giudizio esacerbato degli altri. Tutti potevano discutere del rione, tranne la gente che vi abitava. Ma lui che aveva scritto un libro così controcorrente, non poteva essere annoverato tra i salvatori della patria. Contro i dotti e la cultura culta aveva tracciato uno spartiacque incredibile, aveva toccato la miseria riconoscendola parte viva, aveva ridato “amore” e soprattutto aveva affermato la vita, altra e distante. La morte di Franco l’aveva gettato nella più cupa disperazione:

Sì, ci si droga (ma anche al Vomero). Sì, si ruba (ma non meno a Montecitorio). […] Illusione, ovvero la Sanità “come volontà e rappresentazione”. Questo che scrivo è dedicato a tutti. Ai bambini, innanzitutto. Offendetevi ancora, bambini, dignitosamente, se vi chiamano scugnizzi, casomai spettinandovi mellifluamente il capo.

In questa ultima frase tutta la sua rabbia e le riprovevoli accuse contro l’abbandono. La gente di questo quartiere non meritava quest’agonia, se siete così ciechi da non vedere e così sordi da non sentire, abbiate almeno lo scorno, senza creare falsi miti. Padre Giuseppe aveva avuto il coraggio di rappresentare la Sanità innalzandola a “Santità”, troppo smarcante la rottura per non evitare lo scontro. Qualcuno doveva pagare. La letteratura, i giornali, le televisioni, i libri, a volte anche le poesie o le commedie, tracciavano confini che padre Giuseppe seppe scardinare alla perfezione.  Nessuno fino a quel momento aveva considerato che nel quartiere esistevano famiglie normali come i lavoratori, gli artigiani, gli operai, e i nullafacenti. Nessuno aveva creduto che, nella copertina del libro, il prete avesse voluto una foto dell’affresco di un bambino che aveva studiato. Si trovava nella catacomba della Basilica di san Severo, quel bambino, cruccio di molte interpretazioni, doveva essere spiegato minuziosamente. Quel bambino, nobile e signorile, vestito da grande e accompagnato da Pietro e Paolo, e da altri santi identificati in parte, era Franco, il suo EIC ‘ANAMNHCIN, il suo dolore, il suo amore. [+blogger]  

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