il tablet di mia figlia

Da settimane la mia bambina di sei anni, come del resto altri bambini, studia attraverso una piattaforma digitale. Facciamo quello che possiamo io e mia moglie e lo facciamo anche male, visto che non siamo insegnanti delle scuole elementari. Ieri mia figlia Caterina ha parlato attraverso il tablet con la sua amica Silvia che abita a Bologna; una mezz’oretta chiusa nella sua stanza divertendosi a mandare emoticons che trasformavano la sua sagoma facciale. Per un po’ di tempo l’ho osservata senza farmi vedere. Lei parlava, rideva, si spiegava, cercava una realtà che è entrata prepotentemente nella sua esistenza. Prima d’ora aveva usato il tablet solo per giocare ed in modo del tutto limitato. Oggi non mi sento più di limitarla, ma nello stesso momento mi sento più triste. Caterina incontra Silvia ad ogni ricorrenza e festività. Se possiamo, noi andiamo a Bologna per qualche giorno; i suoi genitori, invece, vengono a Napoli a trovare i loro parenti e spesso ci fanno visita. Quando stanno insieme le bambine sembrano due sorelle. La stessa altezza, lo stesso colore dei capelli, lo stesso colore degli occhi, e spesso Caterina, che è di un anno più piccola, imita Silvia e il suo modo di parlare.

Caterina da un giorno all’altro ha lasciato la scuola, senza poter salutare gli amici né le maestre. All’improvviso ha visto e sentito la nostra maggiore flessibilità nel farle gestire il computer. Le abbiamo spiegato quello che è successo. Ha condiviso, in parte, le nostre paure, le nostre angosce. Spesso ci siamo nascosti per non farle percepire le tensioni. Ma i bambini sembra che non ascoltino, che non rispondano, che non percepiscano perché distratti… invece è esattamente il contrario. Non so in futuro quali saranno gli effetti di questo cambiamento, ma di sicuro il cambiamento lei lo ha avuto subito. Come del resto anche Vincenzo, il mio secondo figlio che ha soli tre anni: si rifiuta di parlare via cellulare con i parenti. Un giorno la nonna ci ha portato la spesa, ha messo le buste in giardino e da lontano ci salutava, Vincenzo non è uscito, non ha voluto vederla. Non era mai successo prima.

Il modo di gestire questa crisi mi porta a ribadire quello che ho scritto precedentemente. La forma precaria dell’esistenza che prima incontravo spesso a lavoro adesso invece è presente anche nella mia casa, dentro la mia esistenza, dentro la mia vita privata… Oggi devo spiegare a mia figlia che in estate Silvia non può farci visita e noi non possiamo andare a casa sua. Silvia e Caterina non possono riabbracciarsi. Caterina ha perso gli sguardi della sua maestra Sandra che adora. Ha perso i suoi amici di banco. Ha perso la sua classe. E’ un eufemismo dire: menomale che c’è il tablet. C’è invece anche la precarietà che sentono e vivono i bambini. La loro sofferenza in quelle distrazioni che in realtà sono degli impedimenti. L’avverte Vincenzo, che ha tre anni, l’avvertono Silvia e Caterina quando devono parlare via skype. L’avvertono tutti i bambini perché non possono più litigare con i propri compagni. Le voci degli insegnanti che rassicurano, che urlano, che insegnano, che incutono ammirazione, fastidio e amore. Quali altre trasformazioni i bambini dovranno subire per riciclare la loro normalità? [+blogger]

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  1. Anonimo ha detto:

    👭

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